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domenica 6 ottobre 2013

MARCELLO SCUFFI: Quando la realtà diventa ricordo

 




Il mio  primo incontro con la pittura del maestro Scuffi avvenne diversi anni fa quando mi innamorai perdutamente di una piazza d’acqua , che a distanza di tempo , resta ancora il mio ciclo preferito. Fu attrazione a prima vista, un colpo di fulmine di quelli che ti ardono dentro, ti stravolgono  e che raramente riescono a spegnersi né a dimenticarsi , anche quando l’oggetto del desiderio diventa impossibile ; a differenza dei fuochi di paglia  dai quali aimè venni  colpita diverse volte durante le mie relazioni amorose con l’arte e  nelle quali  l’iniziale infatuazione passionale fu direttamente proporzionale alla delusione del loro  immancabile spegnersi  che ne susseguì e mi  trovai  presto come a viver nel film del compianto quanto straordinario artista partenopeo Massimo Troisi “Pensavo fosse amore e invece era un calesse”.
Ma mai questo mi accadde per la pittura di Marcello Scuffi, verso la quale il mio amore e la mia devozione restano  irremovibili oggi come allora.
 Scuffi è un poeta dell’anima, difficilmente collocabile tuttavia accanto a qualunque altro poeta del passato per la sua impeccabile originalità pittorica; seppure, volendosi azzardare  in paragoni ,l’accostamento che mi viene in mente è quello col Pascoli. In Marcello Scuffi ritrovo la stessa visione delle cose legate al “Fanciullino” che alberga in noi e nel quale emerge una concezione intima ed interiore del sentimento poetico, quella  valorizzazione del particolare e del quotidiano orientata al  recupero di una dimensione infantile tipica del decadentismo. Un decadentismo che  rifiuta il Positivismo che privilegia  la  ragione sul sentimento  a favore di un progresso spesso inaccettato ed involuto che danneggia e allo stesso modo distrugge  i puri e veri valori della vita che possono sintetizzarsi nelle cose semplici ed umili della quotidianità , quelle cose modeste legate alle abitudini familiari il più delle volte collegate ai ricordi infantili.
La pittura è dunque per Scuffi elegia,attraverso il pennello riesce a raccontare mondi d’altri tempi, di un passato vicino eppure così distante che mai più potrà ritornare e lo fa attraverso la voce del fanciullino che nonostante tutto e tutti riesce ancora a stupirsi e il suo è uno stupore tipico di un mondo infantile che continua a sopravvivere nell’uomo anche quando ormai è temporalmente lontano dall’infanzia che lo ha reso sereno ed appagato.
La pittura di Scuffi è una pittura introspettiva, fatta di cuore, emozione, sentimento, componimenti poetici, riflessione  ma è al contempo una pittura retrospettiva dove il ricordo si fonde con la realtà in un sodalizio perfetto e  dove, talvolta, emergono scenari malinconici fatti di rimpianti, di un ritorno a mondi lontani che non esistono più come quelli raffigurati dei treni, dei circhi, delle barche ; nei suoi quadri emerge la voglia del passato e la consapevolezza tuttavia che non ritornerà . La sua pittura è un tuffo nel passato, un passato di ricordi intrisi  di quel vivere “genuino” di una volta, un passato fatto di calore , di intimità, di semplicità, di umiltà, di fatica, di sacrificio ,di dignità  ed integrità.
Ed è così che nell’opera di Scuffi emerge e si manifesta   il suo essere fanciullino, quella sensibilità pura e profonda legata ad un mondo antico fatto di vite semplici e felici, spogliato da ogni contaminazione positivistica . Il mondo interiore  di Scuffi è quello dei suoi quadri, è il mondo di una persona vera,autentica,schietta, riservata, schiva,  di sani principi e  di grandi valori.
Tutto è dettagliatamente e minuziosamente curato nel lavoro di Marcello Scuffi ad iniziare dai supporti;  le sue superfici sono come il muro di una stanza , superfici che prepara da se con “mestiere” attento e paziente partendo dalle tele di juta ricavate da sacchi grezzi come quelli del caffè sulle quali applica strati multipli di sabbia e colla , che gessa, leviga, rileviga sino a che le sue tele diventano come un muro interno  di una casa liscio e allo stesso tempo materico , un supporto materico pronto ad ospitare forme geometricamente e precisamente incastrate tra di loro in una composizione meticolosa e saggiamente studiata, un supporto materico pronto ad accogliere altra sostanza materica: quella del pigmento.
Scuffi scopre la sua passione verso il disegno e la pittura già nei primi anni di vita quando tra i 10 e gli 11 anni comincia a disegnare sui fogli di carta da zucchero le prime sagome umane che ricordano molto il Cristo o Garibaldi  e comunque sempre uomini con la barba per nascondere, come lui stesso candidamente  confessa  nelle sue interviste, le difficoltà nell’eseguire la bocca ma che in realtà  celano  la rappresentazione reale degli uomini di un tempo, forti, vigorosi, instancabili lavoratori , attenti e devoti pater familias.
Così come sin dalla giovane età emergono  in lui quei  temi ricorrenti che lo accompagneranno  poi per tutti i cicli della sua pittura avvenire ; è proprio quando accompagna il padre sarto  a comprare le stoffe  che Marcello Scuffi inizia a frequentare la stazione di Pistoia, in quegli anni ancora esistevano i treni a vapore, e il giovane Marcello  inizia ad osservarli  meticolosamente . Ed è proprio il tema del treno che si riproporrà  più e più volte  nell’arte del maestro, quel treno rimpianto di un epoca felice seppur dura e faticosa e che col passare degli anni  lo ricondurranno alla sua fanciullezza. Soggetto che abbandonerà per qualche tempo per poi riprendere intorno alla prima metà degli anni 80  quando le locomotive entrano nella pittura di Scuffi non più soltanto col  significato  poetico di un nostalgico ricordo  ma si imporrà soprattutto come mezzo  provocatorio di contestazione attraverso la sua accezione simbolica   sociale, politica ed ideologica; ed è anche attraverso la sua personale rielaborazione dei treni che emerge il senso intrinseco della pittura scuffiana  dove l’autore dipinge i treni in totale libertà con gli stessi occhi di un  bambino ed allora  la sua versione del treno si   spoglia da ogni elemento, diventa un soggetto filosofico, l’essenza in sé e per sé del treno, l’idea metafisica e  platonica  dove l’idea è eidos cioè forma,  è matrice eterna e perfetta l'idea in quanto concetto che si pone al di fuori della temporalità, privata da qualunque orpello del mondo sensibile reale e terreno e  la sua diviene  una sintesi, diviene ricordo. E non a caso Scuffi si definisce un pittore di forme; le sue composizioni sono perfettamente studiate, equamente suddivise tra spazi verticali ed orizzontali in armoniosa sinergia tra di loro, le linee dell’orizzonte dove il cielo incontra mari pietrificati  e terre rarefatte si intrecciano con le verticalità dei pali, che in taluni casi danno addirittura l’idea di crocifissi, o degli alberi delle barche che sostengono  vele inesistenti. Il circo, il treno, le piazze d’acqua , le marine, ogni soggetto di Scuffi è una carezza al cuore come quella che solo un amante innamorato riesce a dare; la pittura di Marcello Scuffi è silenzio,è pace , è sussurro, è stupore rinnovato, è meraviglia bisbigliata ; con Scuffi la pittura diventa sintesi , sottrazione ,dove ogni oggetto è contemporaneamente  soggetto e  viene svuotato da inutili fronzoli per raggiungere  l’essenzialità; i suoi mondi sono onirici, scenari rarefatti dalle lunghe ombre dove i colori caldi e soffusi delle terre e delle ocre si fondono perfettamente con le gelide cromie degli azzurri e dei ghiacci argentei talvolta interrotte da qualche guizzo di rosso intenso, passionale, seducente che riconduce l’osservatore alla realtà  con prepotenza quasi a volerlo risvegliare dal tepore di un lungo sogno ; i suoi ambienti scenografici sono spesso riferibili a quelli di Carrà, Morandi, Casorati, Rosai tuttavia  la pittura di Scuffi va ben oltre ,nella sua  innovativa originalità, è sogno, mistero celato è un microcosmo interiore dove le costruzioni degli edifici industriali, spesso in disuso,  e dei vecchi depositi raccontano  strutture della psiche  che sono state ma che non saranno più e in taluni casi  simbolismi inconsci così come le finestre murate  epifania di precisi stati d’animo  .
Tuttavia Scuffi è un grande pittore ma è soprattutto un grande uomo che ha posseduto  la fortuna, di pochi , di aver avuto al suo fianco una grande donna, sua compagna di vita, la moglie Lia.
 Una donna che conferma a pieno l’aforisma che l’intera umanità ormai conosce e che diventerebbe inutile persino citare. Lia Scuffi è stata per Marcello una presenza fondamentale , la donna cha ha condiviso le sue tante battaglie nel bene e nel male, negli attimi di sconforto come  in quelli di gloria, che ha sorretto il maestro nel periodo più difficile quello che ha preceduto la sua  definitiva celebrazione   nell’olimpo dei grandi nomi  dell’arte  contemporanea. Una donna di grande vigore, determinata ed energica che è riuscita, con l’amabilità che la contraddistingue e che la fa conoscere ed ammirare,  anche ad  aiutare  il marito nei lavori manuali di realizzazione dei supporti , soprattutto per quanto concerne gli affreschi. Un esempio sublime di alta femminilità, di libera e consapevole devozione amorevole ,di discreta partecipazione, di premuroso ed attento  sostegno ,  la conferma di come la dolcezza sia l’unica e sola alleata della forza, quella vera! Quella che solo noi donne conosciamo e per questo mi sento di rivolgere alla Signora Scuffi  ancora con maggiore vigore tutta la mia stima, quale esempio di Grande compagna di vita.
Abbandonando digressioni del tutto personali ma comunque a mio avviso doverose verso la persona ancor prima che verso l'artista, i quadri di Scuffi diventano l’antitesi del caotico, sembrano sospesi, immobili, privi di vita. E quell’ immobilismo, quasi onirico , è interrotto spesso da un segno dinamico dato dalla scia di un aereo o dall’impercettibile solco delle barche.
La  sua è una  ricerca artistica  colta e controcorrente, esattamente come lo è l’autore: un uomo d’altri tempi che si è sempre opposto all’adeguarsi alle mode del momento custodendo i segreti reconditi della vera pittura , quella rinascimentale soprattutto ma non solo, quella che ha fatto grande il nostro Paese consegnandolo eternamente  alla storia dell’arte universale, un uomo ostinato e coerente Marcello Scuffi che ha lottato la sua battaglia verso i miscredenti del figuratismo con la spada del suo pennello e si è difeso dai loro attacchi con lo scudo della sua tavolozza ; ha vinto con le armi  infallibili  dell’umiltà  e della semplicità , quella semplicità che lo rende unico ed inimitabile, che lo rende vero ed amabile che lo lega saldamente alle radici della sua amata Toscana allontanandolo dalla ribalta della mondanità dove ciò nonostante avrebbe pieno diritto ad occupare un posto d’onore e che preferisce lasciare  tuttavia a chi ,sotto i riflettori, ci vive benissimo , compiaciuto dalle ombre che la loro luce produce senza considerare che talvolta sotto le  luci  di un riflettore , così come accade per  quelle di un  tramonto, anche le ombre dei nani diventano giganti.
Marcello Scuffi ama dipingere, e  basta! La sua è un’esigenza vitale che va oltre il coefficiente di vendita che tuttavia è direttamente proporzionale alle sue qualità artistiche .
Qualche tempo fa scrissi un articolo sul sommo Armodio e lo definì il pittore delle grandi lettere e così è anche per  Marcello Scuffi, un grande uomo, un grande maestro, un grande pittore, un grande esempio di modestia e di straordinarietà ; tutti aggettivi che molto prima e molto meglio di me è riuscito a cogliere in lui anche il mio carissimo amico Giovanni Faccenda che da anni cura tutte le sue più belle esposizioni da Fiesole all’esperienza romana con “l’ora eterna” all’interno del chiostro del Bramante,  solo per citarne  alcune. Da anni li accomuna la stessa concezione di arte, che è accezione di   bellezza, di salvezza , di appagamento, li lega  una lunga e profonda amicizia ma soprattutto  gli stessi valori interiori di rettitudine, professionalità, onestà intellettuale, caparbietà e riservatezza . Per questo che mi permetto di suggerire vivamente ed accoratamente di visitare la mostra di Marcello Scuffi appena inaugurata, il 3 ottobre, presso le sale della fondazione Matalon di Milano curata , come al solito egregiamente dal Professor Faccenda e che sarà la prima di due tappe importanti che lo vedranno protagonista poi, a cavallo tra il mese di novembre e dicembre, presso  Palazzo Ziino di Palermo .
La mostra presso la fondazione Matalon dal titolo “una questione di impegno” si protrarrà sino al 31 ottobre , un’occasione irripetibile dove è possibile ammirare  un’ampia  produzione del maestro nella quale emerge tutto  il genio e l’abilità pittorica ,e non solo ,di un gigante dell’arte contemporanea che dal passato ha saputo cogliere  la notevole maestria degli artisti di un tempo per rielaborarla attraverso un linguaggio unico ed originale che rende la sua pittura immediatamente riconoscibile . Un viaggio meraviglioso che approda verso nuovi mondi sconosciuti dopo un lungo navigare, un viaggio nel mare sconfinato del ricordo , di quel ricordo che ci rende coscienti e consapevoli di aver vissuto e di poter continuare a farlo attraverso di essi ,di quel ricordo sognato, rifugio nei tempi peggiori quando la fallibilità umana  deve combattere con le proprie paure e le proprie miserie, di quel ricordo  indissolubilmente legato a doppio nodo alla vita perché “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.”  E questo  Gabriel Garcia Marquez lo aveva compreso straordinariamente, esattamente come la pittura di Marcello Scuffi.
 










http://www.fondazionematalon.org/showmostre/mostre/233

 

giovedì 29 agosto 2013

L'arte e il sociale...



Nella lettera agli artisti Giovanni Paolo II scriveva: “La bellezza, come la verità, mette la gioia nel cuore degli uomini ed è un frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione”.Una riflessione  inconfutabile, che al di là della presenza o meno di un credo religioso, esprime un concetto assoluto  sono convinta condiviso dai più.
“La bellezza salverà il mondo” stesso concetto pur se  espresso in termini puramente   laici e totalmente indipendenti dai corollari dei precetti religiosi , pronunciato con convinto  vigore nell’”Idiota” di Dostoevskij .
Il tema della bellezza torna predominante nell’esistenza umana come valore imprescindibile dell’anima; una bellezza pura e nobile che prescinde il solo senso estetico per andare ben oltre;
 la bellezza è la via “dell’altrove”, è il preludio per  raggiungere l’etica.
La bellezza è condivisione, è unione, è coraggio, è immedesimazione, è partecipazione e, nelle innumerevoli accezioni del termine, è spesso arte .
Si, perché la bellezza è  arte così come l’arte è bellezza e talvolta la forma più alta e pura di comunicazione tra gli esseri umani.
Ecco come l’arte/bellezza ,  diventa il trade d’unions , diventa missione e ,come nel caso che sto per raccontare, diventa un imperativo categorico delle coscienze, un preciso dovere morale che spinge un gruppo di donne verso un comune obiettivo.
Tutte legate indissolubilmente  da un solo ed unico filo di congiunzione : l’arte.
Anche in questa occasione è l’arte che riesce dove altro fallisce e sempre in nome dell’arte che 50 artiste, provenienti da tutte Italia , si uniscono per dar vita ad un progetto straordinario: Un petalo rosa ...per non dimenticare.
Un petalo rosa ...per non dimenticare è un progetto ideato da Adele Lo Feudo , in arte ALF, una pittrice nata a Cosenza ma che attualmente vive a Perugia.
Un progetto meraviglioso quanto ambizioso che ha raccolto ben 50 donne tra pittrici , scultrici, scrittrici e fotografe unite per affrontare un tema doloroso , ormai sempre più attuale, che coinvolge con crescente preoccupazione il tessuto sociale non soltanto europeo bensì mondiale : quello della violenza femminile e del femminicidio.
L’idea del progetto nasce da un pensiero intimo della Lo Feudo che non l’ha abbandonata per tutta la vita: quella della tragica morte della giovane diciannovenne Roberta Lanzino, sua coetanea e concittadina.
Per coloro , credo pochi tuttavia, che non ricordassero il tremendo episodio Roberta Lanzino era una ragazza di 19 anni , nel luglio del 1988 uscì di casa da Cerisano , paese in provincia di Cosenza, sul suo motorino . Sulla strada isolata e poco trafficata che la conduceva a Torremezzo di Falconara, in una casa al mare, venne seguita da un auto , aggredita dai passeggeri che la raggiungono, la seviziano ,la stuprano ed infine la uccidono.
Alla giovane Roberta fu rubato tutto in un attimo, i suoi sogni di giovane donna, la dignità, l’onore, la purezza e soprattutto  la vita, con una ferocia inaudita. Ciò che accadde a Roberta continua ad accadere ancora e ancora  e ancora, sempre di più, sempre con  maggiore efferatezza , sempre con maggior disprezzo , sempre con maggior umiliazione a milioni di donne in tutto il mondo.
La violenza sulle donne è un tema ormai che coinvolge tutti e che deve interessare tutti indistintamente perché in breve tempo è divenuto una piaga sociale che ci induce a riflettere da un punto di vista sociologico, culturale ed educazionale.
Il progetto ha come obiettivo principale quello di unire donne diverse, farle alleare  tra loro come raramente accade e sensibilizzare l’ opinione pubblica attraverso il comune denominatore dell’arte.
Si sviluppa attraverso due mostre itineranti:
La prima si terrà a  Perugia in ottobre 2013 e successivamente si sposterà a  Cosenza in novembre 2013 presso la sede del Centro antiviolenza donne Roberta Lanzino.
Molte delle artiste partecipanti (pittrici, scultrici, fotografe, poetesse, performer, cantanti) doneranno la loro opera alla Fondazione Roberta Lanzino che presenzierà all’evento di Cosenza ; le opere in donazione entreranno a far parte del museo dedicato alla violenza femminile all’interno della fondazione .
Ogni opera sarà dedicata ad una donna , vittima di violenza, e sarà anche un' occasione di raccoglimento interiore per ricordarle.
Ai miei cari amici, con i quali condivido questa bellissima esperienza, comunico in anteprima che la mia opera sarà dedicata ad Aisha Ibrahim Duhulow uccisa il 27 ottobre del 2008 per mano di un gruppo di  uomini che l'ha lapidata a morte con l’accusa di adulterio. L'esecuzione è avvenuta all'interno di uno stadio della città meridionale di Chisimaio, di fronte a un migliaio di spettatori.
La mia decisione insolita vuole evidenziare un “altro” aspetto della violenza femminile e del femminicidio, quella della persecuzione e della sottomissione  per il sol fatto di nascere donna e di "essere "donna  e per tale condizione considerata intellettivamente inferiore. Quella di un mondo spesso dimenticato o taciuto fatto di soprusi, di umiliazioni fisiche e psichiche, di annientamento della dignità femminile.
Per anni sono stata socia di Amnesty International e ho seguito da vicino questo caso terribile che tanto aveva scosso la mia impotente personalità di donna e di cittadina libera.
La storia di Aisha Ibrahim Duhulow  fu una storia molto dura che ci fa prendere consapevolezza di come in alcuni Paesi del mondo nascere donna significa andare incontro ad un destino di prevaricazioni , prepotenze, violenze e di leggi incivili  ed inique inspirate  a dettami di ignoranza e superstizione e  che  il più delle volte vengono  applicate all’interno di  giudizi fittizi,  sommari  ed  approssimativi che sfociano , particolarmente  quando coinvolgono il destino delle donne, nella  sentenza  definitiva ed irremovibile della  pena di morte.
Aisha Ibrahim Duhulow aveva solo 13 anni e venne lapidata dagli
integralisti islamici nel sud della Somalia e l’
accusa di adulterio era falsa: è
stata usata per nascondere la circostanza che la bimba era stata
violentata da tre miliziani  lungo
il cammino di ben 520 Km che avrebbe dovuto condurla a Mogadiscio, dove intendeva recarsi a piedi, in visita dalla
nonna. Aveva avuto il grande coraggio di  denunciare l’
accaduto.
Aisha è stata uccisa da un gruppo numeroso di uomini secondo la legislazione islamica, che l’
ha
lapidata a morte all’
interno di uno stadio, di fronte a un migliaio di
spettatori. Aisha era arrivata a Chisimaio , proveniente
dal campo profughi di Hagardeer, in Kenya. Qui era stata stuprata da tre uomini e si era rivolta ai miliziani
di
al Shabaab
per ottenere giustizia. Ma nessuno dei tre stupratori
venne  arrestato.
La denuncia di Aisha ha ottenuto come risultato il suo arresto,
l’
accusa di adulterio e la lapidazione.
Secondo i testimoni oculari e secondo   Amnesty International,
invece, Aisha ha lottato contro i suoi carnefici ed è stata trascinata
a forza nello stadio. Qui la ragazza è stata sepolta lasciando
emergere solo il collo e la testa e i boia scelti per l
’'

esecuzione
hanno iniziato a colpirla, usando le pietre appena scaricate da un
camion.

Un episodio  tragico e riprovevole del quali è complice l'intera umanità ma che tuttavia evidenzia lo straordinario coraggio di una giovane donna che  è stata martirizzata due volte , dai violentatori prima e dagli esecutori materiali della sua lapidazione . Un dramma che fa emergere tragicamente la fragile condizione femminile.
L’evento, al quale mi onoro di partecipare , sarà realizzato  grazie alla partecipazione fattiva di note  e prestigiose personalità del mondo dell’arte , che grazie alla loro sensibilità renderanno possibile questo straordinario progetto.
La mostra prevista a Perugia sarà curata dal semiologo, storico dell’arte, critico e concedetemi caro amico Alberto D’Atanasio, sempre vicino a temi così delicati con la  profonda sensibilità che lo contraddistingue.
Stessa grande umanità va attribuita  al caro amico e mio corregionale Antonio Iannice che sta compiendo un lavoro stupendo; è a lui che si deve la realizzazione del sito internet dedicato all’evento e che vi invito vivamente a visionare; all’interno è espresso tutto il valore intrinseco di “un petalo rosa… per non dimenticare” .
L’indirizzo web è il seguente:

www.unpetalorosa.altervista.org.

Eventi di questo tipo sono possibili soprattutto grazie alla generosità e al grande impegno degli artisti, in quest’occasione per la maggior parte donne, cosa  che mi lusinga e al contempo mi commuove immensamente e che, smentisce  la teoria che metterebbe in discussione la solidarietà femminile. Sono eventi che nascono quasi sempre per caso e che dall'idea illuminata  di un attimo, come quella straordinaria di Adele Lo Feudo, riescono a coinvolgere le sensibilità interiori di altre persone che all'unisono si fondono in un unica voce di provocazione e di impegno morale.
Quando Adele mi chiese se avessi voluto aderire al suo progetto, ho accettato di partecipare  senza esitazione , non solo per il valore altamente nobile della causa ma anche perché la mostra coinvolge la mia Regione, ovvero la Calabria, terra dalle difficili e radicate problematiche ma anche terra dal grande cuore fatta di  buoni  sentimenti e di profonda umanità.
Spesso mi chiedo o  mi chiedono perché ho scelto di intraprendere questa professione.
Non ho molte certezze nella vita a parte l’amore ,l’affetto per i miei cari,  l’arte e
l’esistenza di Dio ,e a volte in momenti tremendamente difficili e di fallibilità umana ha vacillato anche quest’ultima, ma posso rispondere  senza esitazioni e con l’onestà che mi contraddistingue : ho capito  di  voler fare la pittrice per scopi alti e nobili come questo, dove l’arte diventa il più forte mezzo comunicativo e di comunanza a nostra disposizione , l'unica alternativa possibile che riesce  a restituire, in termini emozionali, molto più di ciò che noi stessi riusciamo  a dare.

Cari amici  lettori vi invito dal profondo a mantenervi  in contatto perché a breve potremo comunicare con certezza sede, luogo e data di inaugurazione.
Non mancate! mi raccomando!
Facciamo la nostra parte! insieme!


LA FAVOLA DEL COLIBRI' 
 
Durante un incendio nella foresta, mentre tutti gli animali fuggivano, un colibrì volava in senso contrario con una goccia d’acqua nel becco.
“Cosa credi di fare?” Gli chiese il leone.
“Vado a spegnere l’incendio!” Rispose il piccolo volatile.
“Con una goccia d’acqua?” Disse il leone con un sogghigno di irrisione. Ed il colibrì, proseguendo il volo, rispose: “Io faccio la mia parte!”.


www.unpetalorosa.altervista.org

 
la mia opera presente al progetto : " un petalo rosa... per non dimenticare"
 
PERCHE'?
olio su tela lavorata- 40x40

venerdì 16 agosto 2013

Massimo Rao- Il pittore della Luna e non solo…





Era un triste e malinconico pomeriggio d’inverno di qualche anno fa, lo ricordo ancora bene perché la pioggia batteva sulle vetrate delle mie finestre da ore  e la stanza buia dello studio mi impediva di proseguire il mio lavoro sulla tela appena abbozzata;  decisi così  di accantonare colori e pennelli  per dedicarmi alle mie solite ricerche ; accesi il mio pc e cominciai a navigare nei mari sconfinati  della rete,  alla ricerca di qualche sublime visione artistica che potesse sollevarmi da una giornata ormai irrimediabilmente compromessa.
Fu allora che accadde! Dinanzi a me apparve una delle opere più belle che il mio sguardo ebbe  mai la fortuna di incrociare e tutto ciò avvenne per puro caso; stavo infatti conducendo una ricerca sull’arte preraffaellita e come spesso accade in questi casi venni condotta inspiegabilmente,di link in link, di fronte ad un’opera di straordinaria bellezza. Ne rimasi folgorata.
Stetti davanti al monitor del mio pc almeno venti minuti a contemplarla e pensai a quale emozione irripetibile sarebbe stata poterla osservare dal vero, in assoluto e rispettoso silenzio; soltanto dopo, rinsavita da quel piacevole turbamento ,mi  domandai chi fosse l’autore di tale capolavoro e così cominciai ad ”investigare”  impiegando tutte le risorse messe a disposizione dalla tecnologia informatica , che spesso, a volte a torto altre a ragione, viene demonizzata ma che nella realtà odierna e  in alcune particolari circostanze di oggettiva impossibilità  rappresenta  l'unica fonte   a disposizione per apprezzare  capolavori dell'arte abbattendo concreti problemi di costi e distanze. Ciò nonostante, la mia  esperienza personale insegna, lì dove è avverabile consiglio sempre di confrontarsi con l'arte dal "vero" nelle stanze silenziose e raccolte dei musei, delle gallerie e , quando la fortuna ci è compagna, degli studi degli artisti.
Poco tempo dopo tuttavia,le astuzie tecnologiche avevano portato i loro frutti.
Scoprii che il pittore in questione altri non era che Massimo Rao ; il titolo dell’opera che tanto magistralmente era riuscita a rapire il mio interesse aimè continuo a disconoscerlo ma non è forse sacrosanta verità quella decantata da Shakespeare nel Romeo e Giulietta? : “ che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome rosa, anche se lo chiamassimo con altro nome,  serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo”.

Tuttavia , citazioni a parte, questa è la foto in questione, a questo punto mi resta ben poco da aggiungere ,lascio ai lettori l'ardua sentenza:
 

La disconoscenza di un artista di così grande talento non era che un imperdonabile errore imputabile alla  mia ignoranza; cercai allora di compensare quella  mancanza inammissibile iniziando ad interessarmi  a lui.
Appresi che Massimo Rao nacque nel 1950 a San Salvatore Telesino in Campania; ne fui subito felice perché, diversamente  dalla straordinaria pittura che ne traspariva dalle sue opere, tipica dei pittori classici rinascimentali, Rao era un pittore contemporaneo del XX secolo e sol per questo avrei potuto godere della sua arte ancora per molto tempo e magari conoscere di persona in una delle sue mostre;  ma il mio entusiasmo aimè fu  destinato a scomparire molto presto .Continuando a leggere la sua biografia  purtroppo appresi  la terribile notizia della sua prematura morte, la malattia lo rubò all'arte e alla vita a soli 46 anni ,nel  1996.
Sfogliando le sue opere compresi la sublime bravura di questo artista, la padronanza  del disegno che nulla aveva da invidiare a quello degli antichi maestri del passato e che usava con una maestria assoluta, l’uso misurato del colore, la capacità straordinaria di ricreare ambientazioni surreali , la ricercatezza dei contenuti e della simbologia.
Il suo linguaggio figurativo è costellato da soggetti misteriosi, fantastici, enigmatici e, quasi come in un sogno, la maggior parte delle sue tele vengono illuminate dalla luna; una luna dalla presenza quasi ossessiva, a volte nascosta per metà  altre  svelata nel pienore della sua luce , e in alcuni casi  anche  solo citata e incisa sulla pietra ,una luna sognata e sognante dai tratti femminili , che spesso riecheggia dalle pieghe drappeggiate dei tessuti  .
Ecco perché Massimo Rao è stato consegnato alla storia come “il pittore della luna”, anche se Massimo Rao è questo e molto altro ancora; è un pittore dotato di un’abilità che può davvero riconoscersi a pochi artisti, nelle sue opere emerge  una singolare sensibilità che indaga nel profondo di se stesso e non solo,  che riesce a tradurre le sue visioni attraverso un mondo immaginario e fantastico, uno scenario irreale fatto di personaggi misteriosi e silenti che affiorano  dall’onirico e dall’inconscio per integrarsi in una realtà immanente . Massimo Rao non è  solo pittore è soprattutto poeta.  Nelle sue opere emergono le stesse emozioni forti  descritte nei versi dei  pittori maledetti .
 Massimo Rao è  il" Verlaine della pittura", esattamente questo è ciò  che lui è per me : Il tono di molti dei suoi dipinti e delle sue carte ,che combinano spesso malinconia e chiaroscuro, rivelano , al di là della forma efficace di semplicità, una sensibilità interiore di profondo valore umano.
Massimo Rao  è un pittore sopraffino , un poeta che scava nell'anima senza tregua, un grande maestro che meriterebbe molto più spazio di quello che realmente gli è stato concesso.
Fortunatamente a riaccendere i riflettori sull’arte di un grande come Massimo Rao  ha pensato la "Pinacoteca Massimo Rao” nata nel novembre  2012 nel comune che gli ha dato i natali ed affidata all’associazione Massimo Rao presieduta dalla carissima amica di Massimo: Renata Lombardo, testimone di memorie affettive, passate e recenti.
Uno sforzo questo davvero apprezzabile che commuove ed inorgoglisce e che ha lo scopo di mantenere eternamente vivo il nome di un Maestro indimenticabile ed indimenticato dell’arte contemporanea, raccogliendo tutto il complesso e straordinario lavoro dell’artista .
Ed è proprio all'associazione  Massimo Rao  e alle istituzioni locali che  sento di ringraziare, a nome mio e sono convinta anche di moltissimi altri estimatori del Maestro,  per il fattivo contributo dato all'arte contemporanea italiana e non soltanto, in uno scenario, quello dell'arte, non sempre facile, osteggiato da ottuse opposizioni, indifferenze inaccettabili, ostacoli obiettivi ed ignoranze intollerabili.
Lev Tolstoj  in una dei suoi più celebri aforismi affermava : “L'arte è un’ attività umana che possiede come propri scopi la trasmissione alle altre persone dei più alti e migliori sentimenti al quale l'uomo sia mai arrivato.” 
Se ciò risponde a verità allora Massimo Rao , può affermarsi con certezza, ha  assolto a questa difficile missione  con sublimi traguardi .

Un' opera al giorno...."Il figliol prodigo" di Gherardo delle notti

Opera suberba di Gerrit van Honthorst, conosciuto ai più come Gherardo delle notti, il Caravaggio olandese.
L'opera è uno straordinario dipinto ad olio (125 per 157 cm) realizzato nel 1623, attualmente conservato alla Alte Pinakothek di Monaco di Baviera.


giovedì 15 agosto 2013

ARNOLD BOCKLIN E IL MISTERO DELL'ISOLA. Il potere della simbologia nell'arte


Di sicuro uno dei miei pittori preferiti è senza ombra di dubbio Arnold Böcklin.
Artista raffinato dalle doti pittoriche straordinarie che nacque come paesaggista   ma fu fortemente influenzato dal romanticismo e questo soprattutto per merito dei suoi  continui viaggi in Italia ; oggi è considerato uno dei maggiori esponenti del simbolismo e non a torto.
La sua pittura è intrisa di una forte carica di mistero , le sue ambientazioni rarefatte  conducono in occulti mondi fantastici  ed ignoti dove si rivelano figure mitologiche e dove prendono vita  creature oniriche, naiadi, ninfe, fauni, centauri che si muovono all’interno di scenari dell’architettura classica.
Böcklin fu il  precursore  della pittura surrealista, nelle sue opere se ne distinguono netti  i primi segni , ed influenzò pittori come Max Ernst e Salvador Dalì, e per alcuni versi anche lo stesso Giorgio de Chirico.
Pur essendo dai natali svizzeri il pittore avvertì molto il richiamo dell’ Italia e visse nel nostro Paese per gran parte della sua  vita; stabilitosi a Roma conobbe e sposò  la giovane Angela Pascucci e fu  sempre nella città eterna che iniziò  ad apprezzare la cultura classica che ispirò molto la vocazione artistica e pittorica dell'artista .
L’amore per l’Italia lo condusse in città come Napoli e Pompei, dalle quali ricevette nuova ispirazione, ma   fu soprattutto   Firenze il luogo che maggiormente segnò il destino dell'artista,e il forte legame con la città lo spinse, nel 1895 , ad acquistare la ora famosissima e celebre Villa Bellagio a San Domenico di Fiesole  dove rimase sino alla sua morte che giunse di lì a poco .
 Fu  a Firenze  che  Arnold Böcklin concepì, nel 1879, la prima versione del  suo più celebre capolavoro: l’isola dei morti del quale produsse cinque versioni tra il 1880 e il 1886, e fu sempre Firenze ad accogliere le sue spoglie presso il cimitero degli Allori.
L’ISOLA DEI MORTI è considerata una tra le opere più emblematiche dell’arte, non  solo per la  forte carica emotiva che il dipinto riesce a comunicare ma anche per l’eccellente esecuzione tecnica  di potenti chiaro/ scuro che catturano l’osservatore  conducendolo all’interno dell’opera stessa.
L’opera  affascinò così tanto gli estimatori della pittura di Arnold Böcklin che nel 1933, non si comprende esattamente se  la copia conservata a Berlino o una versione originale,   divenne  di proprietà di Adolf Hitler  che ne fu  letteralmente rapito.
L’isola rappresenta da secoli il punto cruciale  sul quale si sono concentrate le diverse versioni interpretative circa l’esistenza di un luogo preciso, realmente esistito  o meno ,quale fonte di ispirazione dell’opera;  il tema  che accomuna le cinque versioni dell’opera  è sempre lo stesso:
un rematore ed una figura vestita di bianco, più probabilmente femminile, posta alla prua di una piccola barca che attraversa le acque oscure  per raggiungere  un'isola sassosa  rabbuiata da un folto boschetto di cipressi. Le increspature nell’acqua fanno pensare che la barca si stia dirigendo verso l’isola ma secondo alcune interpretazioni la barca potrebbe anche abbandonare l’isola. Nella barca si intravede un  oggetto non ben visibile ma che verosimilmente può identificarsi con  la presenza di una bara, anch’essa bianca ( ciò potrebbe collegarsi alla scomparsa prematura della figlioletta dell’autore che tuttavia perse ben otto dei suoi quattordici figli).
Il boschetto di cipressi conduce all’idea tradizionale di un luogo di lutto come un cimitero avvalorato ulteriormente dalla presenza  di quelli che, all’interno roccioso, appaiono portali sepolcrali.
L’atmosfera che ne deriva è desolante a tratti angosciosa e la cosa che affascina ancor più è che lo stesso autore preferì non attribuire   né un titolo né una sua interpretazione dell'opera, mantenendo un alone ancor più fitto di mistero sulla sua creazione, Il titolo infatti  le fu  dato dal mercante d'arte Fritz Gurlitt.
La critica ha accostato la figura del rematore a quella di Caronte che leggendariamente conduceva le anime agli inferi, così come la distesa d’acqua al fiume Acheronte.
L’opera  ci conduce in un mondo fantastico, surreale , ci induce ad indagare  all’interno di luoghi ignoti ed oscuri del nostro subconscio , fu infatti una tra le opere maggiormente esplorate da personaggi come Sigmund Freud  che al mondo onirico dedicò tutta la sua vita , così come  affascinò il sommo poeta italiano Gabriele D’Annunzio  e fabbricatori del male come Hitler e Lenin.
 La terza versione è quella che preferisco , soprattutto sotto un profilo esecutivo.
 
la diatriba scoppiata per secoli fra i critici dell'arte ruota attorno al modello assunto dal pittore per raffigurare l'isolotto roccioso.
Per alcuni potrebbero essere stati i faraglioni di Capri o il Castello Aragonese di Ischia  a dare l' ispirazione al maestro, vista anche la sua visita presso gli straordinari luoghi campani.
 
 
Altra versione molto accreditata fu quella che il modello utilizzato da Arnold Böcklin per dipingere la sua "Isola dei morti" fu l'Isola di Pontikonissi , vicino le meraviglie architettoniche e storiche di Corfù
 
 
tuttavia , ultime più recenti ricerche comparano l'isolotto roccioso all'Isola di San Giorgio, presso le Bocche di Cattaro  nel Montenegro, un isolotto con all'interno una chiesetta e un cimitero con i cipressi. Versione questa che personalmente ritengo una tra le più plausibili, ecco la foto :

 
 



Tuttavia la grande straordinarietà di quest'opera nasce dal suo fascino enigmatico ed ipnotico e la disputa legata alla sua realizzazione, a come sia stata partorita dalla fervida bravura di un grande maestro come Arnold Böcklin, a quali luoghi o modelli l'abbiano ispirata, al significato in essa nascosto   resta e resterà per sempre  un mistero indecifrabile che l'autore stesso ha  volutamente deciso di mantenere non svelando ciò che per secoli tormenta le menti più illuminate del mondo dell'arte conscio che il grande fascino della sua opera germina proprio dall'arcano che essa stessa cela.

E questo lo compresero bene  menti illustri della pittura del XX° secolo   che dall' "Isola dei morti" e dalla sua enigmatica ambiguità trassero nuova ispirazione.
Come non ricordare l'opera di Salvador Dalì," La vera immagine dell'Isola dei Morti di Arnold Böcklin all'ora dell'angelus"





  La straordinaria rivisitazione dell'opera di Gipi



la versione di Clerici


la versione meno romantica e più urbana di Police che ripropone un'isola  industriale ed industrializzata in  un contesto  moderno silente e desolante. 



è questo il genio immortale  di Arnold Bocklin, un pittore di straordinario talento  e di una modernità sconcertante, un eccelso comunicatore di emozioni e  di sensazioni che è riuscito , attraverso la sua pittura, a condurre all'interno di intricati e labirintici percorsi della  mente dove risiedono i  segreti ed inconsci  luoghi più oscuri dell'essere umano, quelli tormentati, quelli sofferenti, quelli che spesso si tengono sopiti perché  fanno paura ed è proprio  per mezzo  delle sue opere che impariamo a conoscere noi stessi e le ombre che albergano come spettri , prigionieri nella nostra mente.

 

mercoledì 14 agosto 2013

ARMODIO- Itinerari in un mondo prossimo- un'esperienza indimenticabile.


Nella vita di un giovane pittore, o sarebbe più corretto dire “aspirante tale”, essere presente all’inaugurazione della mostra del sommo  pittore e poeta  Armodio  è come vivere in un sogno dove tutti gli arcani misteriosi della pittura vengono svelati .
Questo è ciò  che  è accaduto a me  il 9 agosto nelle splendide sale di Palazzo Medici Riccardi a Firenze in occasione del l’inaugurazione della mostra itinerante  dell’eccelso maestro “  Itinerari in un mondo prossimo” curata in modo superbo dall’amico carissimo Giovanni Faccenda e coordinata, tra gli altri, dal grande Franco Ristori.
Non sono solita condividere  pubblicamente momenti intimi della mia vita privata  visto il mio carattere schivo e riservato ma questa volta mi è impossibile, inevitabilmente impossibile .
Lo devo  al caro  e sincero amico Giovanni Faccenda che stimo incondizionatamente  conoscendone ed apprezzandone alti valori umani  e caratura professionale , dal quale ricevetti  cortesemente  l’invito  qualche mese fa  quando  già lavorava instancabilmente alla realizzazione del progetto itinerante sulla grande arte del Maestro Armodio.
Lo devo però soprattutto alla sublime pittura del Maestro Armodio che  da sempre è per me sinonimo di arte; si, perché dire Armodio  vuol dire  Arte, quella con la lettera maiuscola, quella Vera, quella Grande,quella Eterna.
Questo blog, che ho riaperto dopo due  anni di assenza e di questo chiedo scusa ai miei lettori  , è merito proprio della mostra del Maestro Armodio  che è riuscita dove altri avevano fallito ; le sue parole, i suoi consigli, la sua dedizione costante ed appassionata  verso la pittura , la sua  coinvolgente forza comunicativa , hanno riacceso  in me la voglia e la bramosia della condivisione ; quelle stesse emozioni che invece, da  qualche  mese , ritrovavo  leggendo gli articoli dell’appassionante e ben scritto blog “ TRE COSE CHE SO” ( che consiglio vivamente e del quale sono una grande fan)  della brava e simpatica Paola che   finalmente ho  anche avuto il grande piacere, in occasione dell’inaugurazione, di  conoscere e dalla quale attendo  di leggere con ansia  il suo di sicuro bellissimo pezzo.
Itinerari in un mondo prossimo” è una   mostra  semplicemente straordinaria .
Entusiasmante, coinvolgente, affascinante, studiata, elegante in un’aura di raccoglimento  perfetto come solo Palazzo Medici Riccardi sa offrire, in una città sempre incredibilmente bella come Firenze.
Florentia ,  la città che consegnò l’eterna bellezza all’intera umanità , che consacrò l’immortalità dell’arte, la città  dove tutto ebbe inizio, dove il rinascimento raggiunse il più sontuoso  splendore e dove ,per caso o per volontà divina,la prima visione metafisica, quella stessa metafisica che Armodio continua ad onorare con impareggiabile maestria,  nello splendore di Piazza Santa Croce in un pomeriggio  d’autunno venne alla luce  dal genio di Giorgio de Chirico.
La mostra  racchiude tutto l’ingegno sopraffino ed inarrivabile   di un “mostro sacro” dell’arte contemporanea tanto da raggiungere il culmine della perfezione pittorica assoluta ;  è corredata da un catalogo completo e dettagliato nel quale sono contenute tutte le illustrazioni fotografiche relative alle opere in mostra, opere che si dividono equamente tra carte, per la maggior parte invecchiate , e tempere su tavola, alcune anche di grandi dimensioni.
Opere talmente belle da mozzare il fiato, avvolte da una potente aurea metafisica che racchiude  la vera essenza della pittura, il prototipo dell’arte in sé e per sé : raffinate, geniali, seducenti,colte, ironiche, emblematiche, poetiche.
Tutti aggettivi che qualificano ben poco l’arte di Armodio, riuscendo a descrivere solo superficialmente le sensazioni e le emozioni che assalgono l’osservatore quando si trova di fronte ad  un quadro del Maestro.
Appena entrati nelle sale di Palazzo Medici  sembra di varcare  la soglia  del tempo  e come per incanto ci si trova  nel ‘400 ,l’epoca di Piero della Francesca e di Cosmè Tura,  fatta rivivere con egregia  ed eccelsa bravura dai virtuosismi pittorici del Maestro resi possibili da un’abilità manuale “non umana” che disorienta ed entusiasma  al contempo. 
Le sue opere sono  seducenti  scenografie, talvolta indecifrabili , pervase da una luce misteriosa, indagata e tuttavia sconosciuta, che resta sempre il maggior enigma  da svelare;  gli oggetti raffigurati sono sapientemente  ed ingegnosamente ideati dalla sua fervida immaginazione che riesce a creare una realtà parallela,dove fenomeno e noumeno si fondono e convivono in un perfetto sodalizio.
Da anni ormai, nutro una stima incontrollabile ed indescrivibile  verso la pittura del Maestro Armodio, non a caso lo considero il più grande pittore vivente della scena dell’arte contemporanea e non a caso ho lasciato Catanzaro e percorso ben 1104 km nel traffico attuale di esodo d’agosto per  godere del privilegio assoluto di essere presente all’inaugurazione della sua mostra a Firenze.
Non ho neanche  specifiche preferenze verso un’opera particolare del Maestro  dal momento che le reputo tutte straordinarie, tuttavia, in questa occasione, dopo aver visitato e rivisitato ,osservato e riosservato   e poi ancora venerato e rivenerato la mostra  per diverse ore, non posso evitare di segnalare una menzione  speciale per un paio di opere del Maestro ospitate a Palazzo Medici Riccardi che ho trovato  a dir poco geniali:  la prima si intitola “Domanda” una tempera su tavola 35x70 cm di realizzazione non recentissima (2011) e “Un bel dì” tempera su tavola 50x60 cm (2012).
Tuttavia l’ intento delle considerazioni sin’ora espresse non è quello di dilungarmi  in un’analisi critica approfondita sulla pittura di Armodio, non è certo questo il mio mestiere né tanto meno riconosco in me degne capacità per farlo, lascio questo arduo compito a chi lo fa quotidianamente e lo fa egregiamente come il mio grande amico Giovanni Faccenda che prima di essere un esperto critico e storico dell’arte è anzitutto una bella persona,  gentile, disponibile , leale, con grande senso del dovere e della rettitudine nonché un eccellente professionista,  capace, preparato , competente e chiunque, come me, ha avuto il privilegio e la fortuna di incontrarlo e conoscerlo non può che confermarlo.
Giovanni, anche in questa occasione, e ad onor del vero coadiuvato dalla capacità di  grandi professionisti  del settore quali Franco Ristori e la dot.ssa Antonella Ierardi, nonché  dalla presenza  fattiva della Provincia di Firenze e de l Comune di Fiesole , ha curato questa straordinaria mostra in modo egregio, ponendo al centro assoluto l’arte eccelsa del Sommo Armodio, dedicando una cura maniacale verso i dettagli , dalla disposizione delle opere allo studio certosino della luce, dalle scelta delle opere alla realizzazione del catalogo.
Tuttavia ,  “dulcis in fundo”, nessuno me ne voglia, se  decido di concludere  queste mie personali valutazioni citando il protagonista assoluto di questa meravigliosa esperienza di vita, colui che ha reso possibile questo clima di incantevole magia, l’eccelso  Armodio.
Pittore dall’ineffabile bravura, degno erede incontrastato dei più celebri pittori del passato, colui che è riuscito  a vincere il tempo  attraverso la sua mirabile arte , scrittore affabulante, poeta sopraffino, raffinato artigiano di sogni, ironico romanziere o come lui stesso si è definito in una delle nostre bellissime conversazioni  “ un operaio della pittura”.
Armodio è tutto questo e molto molto altro ancora, è la stella polare per ogni aspirante artista, è il sogno della pittura che si fa realtà attraverso i suoi pennelli e le sue abili mani, è l’avverarsi,  attraverso i suoi capolavori , di milioni di pagine di libri di storia dell’arte che altrimenti sarebbero restate vacue , vuote e prive di senso  , è la prova che i veri pittori esistono ancora, quelli che imparano dal passato per scrivere il futuro, coloro che privilegiano il disegno su tutto,  che indagano il colore in ogni sua forma per giungere all’essenza, quei pochi coraggiosi temerari che non  si sono mai fatti sopraffare da coloro che intendono il  “figuratismo”  come sinonimo di blasfemia   e sacrilegio.
Armodio  è anzitutto una persona eccezionale , umile e già solo per questo  immenso, cordiale, scherzoso, simpatico, acutamente ironico è l’anti divo per eccellenza pur avendo tutte le carte in regola per  rientrare nella rosa dei “grandi” .
Armodio  è  il pittore delle  grandi lettere: della “P” maiuscola di Pittore, della“M” maiuscola di Maestro e della “U” maiuscola di Uomo.
Per imparare a conoscere la grande figura di Armodio ci vuole davvero poco, si viene subito rapiti  dalla  sua modestia  disarmante che solo i grandi possono vantare; ho accettato i suoi preziosi consigli da artista alle prime armi come rare gocce di saggezza dal valore inestimabile, dati  con un tocco di sensibilità e rispetto; nella convivialità della tavola ho conosciuto il Maestro nella sua quotidianità e da questi attimi condivisi insieme a lui e ad altri cari amici ho apprezzato quanto a volte la vita possa regalare istanti meravigliosi  ed indelebili che segneranno per sempre il nostro percorso  accompagnandoci  anche nei momenti più difficili; conoscere Armodio è stato un appuntamento imperdibile con la storia.
 Il Maestro è la prova di come si possano raggiungere le vette più alte della popolarità mantenendo sempre viva  la passione  e lo stupore del “giovane pittore” ; alberga e convive  ancora in lui il fanciullino che lo ha reso tanto celebre e al contempo così umile, un’umiltà disarmante di fronte a tanta grandezza, che sconcerta e spiazza soprattutto in un mondo, quello dell’arte, dove la tracotanza e l’arroganza fanno da padrone e che , quando non superano le effettive capacità di un artista, di certo le annullano laddove fossero presenti.
È vero! di artisti bravi l’arte contemporanea e non ne può vantare molti  , per fortuna…  ma credetemi, diventa davvero difficile   auto -incensarsi   artista   se prima non si  ha avuto l’ altissimo privilegio di trovarsi di fronte ad un’opera di Armodio.
A me non resta che continuare per questa lunga e difficilissima strada ,con l’umiltà e l’aspirazione  di chi ha molto da imparare e tanto da comunicare, tenendo sempre presenti le parole del Maestro, segretamente e gelosamente  custodite  dentro di me come un grande dono e ripetendomi spesso la frase che  il caro amico Giovanni Faccenda con molta generosità condivise con me in un periodo particolare della mia vita, una frase che ricevetti come un regalo   che  solo un amico sincero può farti , una frase che non dimenticherò mai più e che , per modalità diverse, finimmo entrambi di rubare  dallo  studio piacentino del Grande Maestro Armodio : “Sapendo a chi piaccio so quel che valgo”.



  Insieme al grandissimo maestro Armodio