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venerdì 31 ottobre 2014

La calunnia (nell'arte ?) è un venticello!


La calunnia è un venticello…

Eppure a volte uccide più di cento spade… l’insinuazione, l’illazione sono  attentati violenti  all’animo , all’onorabilità , alla rispettabilità, alla sensibilità , alla rettitudine di una persona.

Un proverbio popolare recita: “La calunnia è un assassinio morale”.

Quali parole più esaustive per renderne chiaro il concetto.

E più l’integrità del calunniato è immacolata e tanto più grande sarà l’accanimento del calunniatore a volerla sgualcire, e più l’integrità del calunniato è immacolata e maggiore sarà la menzogna pronta ad aggredirla; la congettura malevola del diffamatore    si pone davanti ad uno specchio e vede riflesso con esattezza il volgare  sudiciume  del suo animo, ed incapace di liberarsi di tale fardello preferisce proiettarlo sull’infangato , con l’illusoria convinzione di alleggerire  , attraverso la contaminazione, la vuota e miserabile consistenza del suo animo.

Il sospetto è figlio del difetto e i nostri occhi non vedono se non quello che provono, ma il contagio maligno non è sentimento di tutti…

 la purezza , sensibile ed incantata, dello spirito è più forte di un esercito armato di malelingue e false dicerie e talvolta fa molto più paura perché mette di fronte ad una realtà ignota il maldicente  che non la riconosce e per ciò stesso la teme e come il più impaurito delle bestie feroci l’attacca .

Il mondo dell’arte ne ha saputo cogliere le sfumature dolorose attraverso i capolavori di  grandi artisti, che  hanno rappresentato l’essenza subdola e diffamante della calunnia.

Ne conosce  bene gli effetti devastanti dell’insinuazione  Susanna , tanto ritratta nelle opere di grandi autori come Artemisia Gentileschi, lei stessa vittima di calunnie  diffamazioni e oltraggi , per il sol fatto di essere donna e di aver voluto sfidare le benpensanti convinzioni dell’epoca, volendo svolgere un’attività “sino ad allora” “solo di retaggio prettamente maschile”.
 

Susanna, giovane e bella ragazza di sani principi e di indubbia  rettitudine , onesta e virtuosa, vittima della sua stessa avvenenza … come se la bellezza fosse sempre sinonimo di immoralità , come se etica ed estetica non potessero convivere nell’animo femminile senza entrare obbligatoriamente in disputa tra di loro , come se una donna , baciata dal sommo dono divino  della beltà non potesse aspirare anche a quello dell’integrità morale e dell’intelligenza senza essere oggetto di facili congetture.

È ciò che subisce la povera Susanna che, notata da due anziani giudici ,frequentatori della casa del marito, mentre fa il bagno nel suo giardino, subisce le loro avances ; i due malcapitati presi il bel servito dalla fedele ed integra sposa iniziano a diffamarla con accuse infamanti e menzognere, al sol fatto di punirla e screditarla , affermando di averla veduta  con un giovane amante e accusandola di adulterio; la poveretta, solo alla fine di un lungo processo che la vede colpevole, riesce , grazie all’intervento di Daniele , a smascherare  l’inganno , a riconquistare l’onore calunniato ed infine ad essere scagionata.

La calunnia è un male subdolo , che si insinua nelle menti desiderose di pettegolezzo e inculca il germe del sospetto, incurante del suo potere distruttivo, è un accusa che non ha bisogno di prove perché ha già a priori in sé il sapore vendicativo della condanna.

La calunnia è una serpe che passa attraverso le porte chiuse.

Emil Cioran, ne “Il funesto demiurgo” affermava:

 
Vedere nella calunnia parole, nient'altro che parole, è l'unico modo per sopportarla senza soffrire. Disarticoliamo qualsiasi frase detta contro di noi, isoliamo ogni vocabolo, trattiamolo con lo sdegno che merita un aggettivo, un sostantivo o un avverbio... Oppure, liquidiamo seduta stante il calunniatore.”

giovedì 2 ottobre 2014

Nino TIRINNANZI- Storica mostra del maestro alle Gallerie del Chiostro del Bramante in Roma


Non sono solita segnalare o sponsorizzare mostre , anche se di particolare rilievo, ma in talune occasioni l’impulso a farlo diventa irrefrenabile  , un obbligo morale , un imperativo categorico e soprattutto un rispetto doveroso verso l’estetica e verso l’arte, quella vera , quella con la A maiuscola  che assume l’accezione di bellezza assoluta.

È questo il caso della straordinaria mostra che si inaugurerà sabato 4 Ottobre p.v. nella meravigliose sale del Chiostro del Bramante in Roma dedicata alla pittura raffinata  di Nino TIRINNANZI prediletto allievo  del grande Ottone Rosai.
 
 

Nino Tirinnanzi,  esponente di spicco della cultura italiana del ’900, eccellente pittore fiorentino che non ha certo bisogno di presentazioni dal momento che è la sua fama a precederlo; fortemente ispirato dagli insegnamenti del Rosai  è conosciuto ed apprezzato per la sua pittura delicata, per i suoi scenari avvolti da un aura silente e poetica ammirata ed osannata anche dal grande poeta Eugenio Montale che frequentò assiduamente l’artista.

La mostra  è curata dallo storico dell’arte e studioso Prof. Giovanni Faccenda grande esperto dell’arte del Novecento , il quale,  da anni , si occupa della straordinaria pittura figurativa del maestro Tirinnanzi, con l’elegante  umanità e il garbo estetico che lo contraddistinguono, curandone importanti mostre di successo .

Come dimenticarsi infatti dell’importante esposizione tenutasi qualche anno fa , sempre dedicata all’autore,    da lui curata egregiamente  ed intitolata  “Nino Tirinnanzi: fra Rosai e Pasolini”  in omaggio ai trent’anni dalla scomparsa dell’indimenticato intellettuale e regista di riconosciuta caratura  internazionale.

Un connubio artistico - culturale di spessore impareggiabile.

Una mostra curata con estrema sensibilità da un critico dell’arte che è riuscito a far affiorare nel suo mestiere  il cuore prima di qualunque giudizio estetico e  dalla quale emergeva   lo straordinario rapporto  tra Pier Paolo Pasolini e Nino Tirinnanzi , testimoniato dalla stesso Faccenda;  legati  da sincera amicizia e dalla  stessa conformità  di pensiero ,Tirinnanzi narrava pittoricamente nelle sue tele, gli stessi soggetti portati alla ribalta dai capolavori cinematografici e ancor prima letterari di Pasolini.   La visione dell’altra faccia di un mondo borghese perbenista fatto di emarginazione e degrado sociale spesso occultato e taciuto per comodità; una realtà di “borgata” ,di una periferia scomoda e scottante fatta emergere con consapevole provocazione per contrastare una società  benpensante tracontante di certezze assolute.

È la visione degli “ultimi” , di quei ragazzi cresciuti nelle degradate  strade di quartieri periferici dimenticati , obbligati a crescere in fretta  e a doversi   confrontare  prematuramente con la durezza della vita e spesso condannati a futuri turbolenti e tormentati.

Ed è proprio in questo contesto di abbandono e di decadimento che Tirinnanzi  incentra  la sua poetica pittorica,a conferma di come spesso  proprio dal degrado nasca la bellezza e come dal “nulla” possa nascere il “tutto”.

La mostra al Chiostro del Bramante è di certo  un doveroso tributo verso un artista di profonda sensibilità , che al pari del suo eccelso maestro, è riuscito ad entrare nell’umanità della gente , nel  disagio  sociale  e nel  vuoto esistenziale ,facendosi interprete raffinato di  spaccati di vita vissuta ma al contempo è riuscito a catturare nei suoi capolavori  quell’ essenza metafisica ,tipica del paesaggio e delle nature morte , fatta di rarefazioni, di surreali sospensioni e di sconfinati silenzi .

L’appuntamento romano rappresenta  un’occasione unica ed irripetibile per godere da vicino le opere di un gigante della pittura del Novecento e non solo , spesso non ricordato né celebrato come meriterebbe ; un’esposizione di un riguardevole numero di capolavori  del Maestro Tirinnanzi  curata con meticolosa competenza e che vede protagonista nuovamente l’autorevole  location del Chiostro del Bramante che per l’ennesima volta si conferma luogo d’eccellenza per la divulgazione dell’arte contemporanea , dando la possibilità di godere  , come spesso è accaduto in passato in occasione di altre autorevoli esposizioni, dell’arte di autori illustri di fama internazionale.

“La bellezza salverà il mondo” .

Quante volte ce lo ripetiamo e quante volte sentiamo pronunziare queste parole ,negli ultimi tempi a dire il vero sempre più spesso inflazionate, abusate  e private  del loro puro ed intrinseco significato che è quello di mistero, stupore, meraviglia, partecipazione,condivisione, astrazione, turbamento.

Quell’essere condotti in un mondo parallelo fatto di emozioni , di visioni  al limite del trascendente  ; e qual è il mezzo migliore se non quello dell’arte ?

L’unico nocchiere capace di  condurci alla meta all’interno di  sconfinati mari misteriosi   percorrendo  un lungo  viaggio fatto di  bellezza e di scoperta.

E ogni tragitto, ogni porto d’attracco durante il percorso  è un passo in più verso l’arrivo , verso l’ignoto.

E la mostra dedicata al grande Nino Tirinnanzi è un ancoraggio obbligatorio se si vuole raggiungere la meta della bellezza.

È la dimostrazione di un grande pittore che è riuscito a fare della pittura un’elegia.

E mai come in questa occasione  trovano senso le parole del sommo Leonardo da Vinci : “La pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca”e chi meglio di Tirinnanzi aveva colto la vera essenza di tali parole?
 
Nino Tirinnanzi
Gallerie del Chiostro del Bramante
dal 4 al 31 Ottobre 2014 
a cura del Prof. Giovanni Faccenda
 

domenica 31 agosto 2014

Dai diamanti non nasce niente....


 

È strano come la vita spesso ci conduca  in luoghi che inevitabilmente segnano la nostra esistenza  contribuendo a confermare  ed accrescere  sempre con maggior vigore alcune certezze , seppur tuttavia del tutto personali.


 Qualche anno fa ebbi la fortuna di visitare una mostra tenutasi a Palazzo Strozzi a Firenze sull’arte italiana oltre il fascismo. Una mostra a mio avviso molto interessante e ben curata  che raccoglieva una serie di capolavori dell’eccellenza della pittura italiana del Novecento.


Era il mese di Dicembre , esattamente i giorni che precedevano le festività del Natale. Lo ricordo bene perché Firenze aveva assunto un’atmosfera  magica che la rendeva ancora più straordinariamente bella.


Mentre il mio solito trasporto aveva preso  il suo immancabile sopravvento su di me conducendomi in una sorta di quella che coloro che hanno imparato a conoscermi sono soliti definire “trance da opera d’arte”,alludendo allo stato di grazia in cui ricado inevitabilmente quando mi trovo davanti  a capolavori di tale preziosità ,e ancora avvolta com’ero in quell’aura di sogno e mistero che la  “Donna al caffè” di Antonio Donghi era riuscita a ricreare, mi trovai a spostarmi verso il quadro successivo.


Il quadro in questione, che avevo già individuato in attesa di poterlo ammirare da vicino, riguardava  un’ opera di Ottone Rosai: “I muratori”.

 

Dinanzi a me si trovava una donna sulla cinquantina dall’aspetto molto curato ,insieme al suo accompagnatore  e ad un’altra coppia di mezza età, che a dire il vero erano totalmente sottomessi dalle sue logorroiche disquisizioni, nelle quali a fatica riuscivano ad inserirsi.


Abbigliamento elegante e ricercato , scarpe rigorosamente tacco dodici accuratamente abbinate  alla borsa di marca prestigiosa , gioielli importanti, ECCESSIVAMENTE  importanti. Tutti dettagli che a una donna non sfuggono di certo!


Si trattenne a lungo davanti all’opera sfoggiando una cultura artistica alquanto opinabile dal momento che nelle sue elucubrazioni, articolate da una gestualità irritante ,definì    la prospettiva aerea ,con assoluta convinzione, “quella ripresa dall’alto”utilizzando le sue testuali parole. Come se un pittore si servisse abitudinariamente del paracadute per dipingere... In quell’attimo, pur ascoltando il loro discorso o presunto tale, preferì non intervenire cercando di mantenere un contegno educato e discreto, tuttavia non fui capace di  evitare di immaginare   quale invece sarebbe stato l’atteggiamento di Leonardo da Vinci se fosse stato lì  al posto mio ad ascoltare certe affermazioni e non nascondo che un sorriso non riuscì a trattenerlo.


Nel frattempo la coda si allungava e i visitatori cominciarono a diventare impazienti , me compresa, sentendo che l’ enormità di sciocchezze continuava a crescere; lasciai correre… il mondo è bello perché è vario e la madre degli imbecilli è sempre gravida…mi ripetei..  e poi perché intervenire? Semmai il problema era suo non certo di chi ascoltava, e  dal canto mio non ero , come di fatto non sono, nessuno per rinsavire una Signora borghese dalle sue convinzioni così talmente ben strutturate.


Tuttavia all’ennesima affermazione, accompagnata da accento blasonato in perfetto stile contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare , “ un quadro così sarebbe in grado di farlo  mio figlio di 10 anni , anche meglio “rivolta col solito sprezzante  disgusto all’opera del Rosai , non riuscii più a trattenere la mia solita aplomb diplomatica e ben educata. Tutto ha un limite! E così infransi le sue belle sicurezze infiocchettate con un sonoro “Magari  Signora! Se fosse vero significherebbe che, ringraziando il cielo, la prospettiva aerea non l’ha certa imparata da lei”.


La Signora mi guardò stranita e penso che ancora oggi si starà chiedendo cosa intendessi con quell’affermazione; ciò nonostante , seppur stizzita, continuò ad argomentarmi le sue considerazioni circa l’assoluta incapacità tecnica del Rosai  che dipingeva volti e corpi senza la bencchè minima conoscenza dei dettami  anatomici e che per questo la sua pittura era infantile e limitata.


Per mia fortuna e soprattutto del mio equilibrio interiore,  il sopraggiungere di un numero sempre più crescente di visitatori fecero allontanare , seppur forzatamente, la Signora “grandi firme” che suppongo continuò ad ostentare le sue conoscenze altrove e verso nuovi malcapitati.


Io tuttavia,non badai oltre alle sue parole ,pensando di sottrarre ulteriore tempo prezioso alla mostra e a quell’opera del Rosai che credetemi di “infantile” e “limitato” non aveva nulla..


Era  “semplicemente” splendida!


Mai come in quell’occasione compresi fino in fondo la grandezza di Ottone Rosai.


La sua capacità di entrare nella semplicità della gente, nel degrado bieco , nella povertà dignitosa, nella fame, nella  disperazione , nell’umanità.


L’abilità poetica ed introspettiva di saper guardare dentro al senso delle cose e delle persone con una sensibilità eccezionale,  la stessa abilità che gli fu trasferita  dal Masaccio e da Giotto e la stessa abilità che lui trasferì  a Francis Bacon .


È la sua, l’esperienza   di un grande del Novecento che in un periodo storico complesso, impegnato a propagandare una società perfetta ed immacolata e la figura dell’uomo virile,  eroe, vincitore , era riuscito ad imporre, attraverso la sua pittura, la visione degli “ultimi” , dei disadattati , dei “perdenti”; le sue raffigurazioni erano quelle di una Firenze scomoda, popolata dalla miseria e dalla delinquenza, spesso obbligata dalla circostanza;  era la sua una missione ,quasi a voler denunciare quel meschino moralismo borghese ,lo stesso  che a distanza di anni ancora lo condannava  attraverso gli occhi di chi, osservava un suo quadro, nel suo bel cappotto di cashmere, con la saccenza indisponente  di chi è certa di contenere   la verità assoluta in seno .


La stessa sciocca  superficialità ed accecante presunzione  che non era riuscita a spingere  al di là del proprio naso una facoltosa signora "perbene", che si era limitata a soffermarsi soltanto  sulle forme tozze delle figure senza indagare la grandezza del messaggio  lanciato dall’autore; quel messaggio che a ben vedere si nascondeva anche in quelle linee volutamente goffe dei muratori impolverati , stanchi di un lavoro duro, sfruttato  e sottopagato ma che ciò nonostante  li elevava dignitosamente ad esseri umani,  e che si celava non di meno in quelle espressioni dei volti,  rigide, immobili, assenti  ,proprie di coloro che lottano quotidianamente per conservare la  speranza, l'unica a dare un senso al loro cammino travagliato,  pur tuttavia perseverando  nella loro "signorile" rettitudine .


I personaggi rappresentati dal Rosai erano gli antieroi per eccellenza, quelli che la società perbenista e benpensante credeva bene di nascondere, la parte scomoda e dimenticata, quella lasciata al loro destino. Le sue opere erano gli scatti di vita che egli stesso aveva cercato ai margini della società e che aveva dipinto nella sua mente e nel suo cuore  ancor prima  che nelle sue tele.


Ottone Rosai mantiene in vita , attraverso la sua poetica pittorica, quella parte più autentica della Firenze, e non solo, di quegl’anni.

Quel giorno, uscendo dalla mostra all'interno di Palazzo Strozzi, decisi di proseguire la giornata in Via San Leonardo che ospitò la casa/ studio dell'artista, visitare i luoghi che lo avevano accolto e probabilmente in taluni casi anche ispirato;  un segno  doveroso  di rispetto verso un artista di grande sensibilità umana e verso un uomo osteggiato da una vita complicata di dolori e discriminazioni. Un uomo che aveva visto andare in frantumi i propri ideali intellettuali giovanili nei quali aveva riposto la sua fiducia e  che nel tempo si rivelarono la sua peggiore arma di sofferenza e di persecuzione.

A volte mi capita di riconoscere quelle espressioni dei volti e quelle stesse vite ai margini  della società  quando ascolto le canzoni di un grande ed indimenticato  poeta contemporaneo che amo in modo particolare : Fabrizio De Andrè .


Il parallelismo   con i quadri di Ottone Rosai nasce in me in  modo  del tutto naturale :la stessa poesia,la stessa sensibilità, lo stesso indagare mondi spesso taciuti dal conformismo sociale , la stessa condanna verso la superiorità borghese ,lo stesso eterno conflitto  di classe  tra ricchezza  e povertà, tra sopraffazione e dignità; quella lotta  tra avere ed essere, la tracotante certezza che più si ha e più si è e l’assurda convinzione di come  il primo possa compensare la mancanza del secondo.


Nell’esprimere tutta la “genuinità “ della povera gente attraverso le loro angosce  e i loro travagli quotidiani, e spesso anche  attraverso le pesanti discriminazioni subite sulla sua persona  a causa delle dolorose e tormentate scelte di vita,questo Rosai lo aveva capito bene.


È questa la vera essenza dei suoi capolavori!


Nascono da un mondo emarginato  ,  non compreso e per ciò stesso taciuto, occultato e spesso giudicato con molta, troppa facilità, anche perchè il giudizio è in aluni casi assai più semplice e forse più comodo di una presa di consapevolezza che il più delle  volte conduce ad un esame di coscenza forzato che ci  fa troppa paura; un mondo fatto di umiliazioni, di sofferenza, di sacrifici, di soprusi, di povertà, di dignità.


“Dai diamanti non nasce niente , dal letame nascono i fior” .


Non vi è forse  celata ,in questa frase di De Andrè, tutta la poetica di Ottone Rosai?


Solo chi conosce la sofferenza sa riconoscere la speranza e dalla speranza tutto può rinascere!


 

 

 

 

 

 

 

giovedì 14 agosto 2014

Quando l'arte entra nella realtà ...


 

Ormai chi ha imparato a conoscermi e di conseguenza ad accettare le mie stravaganze caratteriali, sa come spesso mi perda ad osservare determinati comportamenti umani e di come  resti affascinata da certi semplici ma profondi  gesti spontanei di vita vissuta.

“Una complicata donna semplice” mi definì , non a torto devo aggiungere dal canto mio, più di una persona, parafrasando una citazione divenuta ormai molto  popolare; una definizione,tuttavia, che devo dire  rappresenta abbastanza bene la mia personalità riflessiva ma al contempo solare e socievole.

Tre aggettivi che ad onore del vero elenco anche nel mio curriculum vitae alla voce : caratteristiche personali.

La verità è che non ne posso proprio fare a meno. Osservare le cose intendo , cercando di entrarvici dentro per scavarle a fondo con attenta analisi. Qualunque esse siano! E questo a volte può rivelarsi un’arma a doppio taglio perché mi conduce a valutare le diverse situazioni in modo terribilmente razionale, senza considerare che spesso molte di esse non possono essere ragionate né tanto meno spiegate , al contrario vanno accettate così come sono, senza se , senza ma, né però …. “ il cuore ha le sue ragioni di cui la ragione non sa nulla” affermava quel saggio di Pascal, e ultimamente sto cercando di fare tesoro di ciò,anche se da buon capricorno , segno zodiacale capricorno ovviamente, non mi costa poca fatica.

Comunque, digressioni a parte…

L’ultimo episodio che riguarda questa mia “maniacale, ma spero perdonabile,  abitudine , si  è ripetuta  giusto qualche giorno fa; mi trovavo , verso l’imbrunire, a passeggiare tra i vicoli del centro storico di un bellissimo borgo calabrese giusto per ingannare il  tempo prima di rincasare per la cena.

Durante il mio cammino, mi guardavo intorno per osservare i fantastici edifici antichi e gli scorci fioriti di  geranei e  bouganville che impreziosivano quel luogo così caratteristico; ad un tratto , presa da un’ improvvisa stanchezza, mi accorsi che era ormai trascorso parecchio tempo da quando presi a districarmi all’interno di quel dedalo meraviglioso; decisi allora di appoggiarmi a riposare qualche minuto su di un muricciolo in i pietra in previsione di un mio seguente rientro; tuttavia non misi in conto che di lì a poco il mio proposito così ben formulato e razionale entrò in lotta con ciò che  i miei occhi  in meno di un istante erano riusciti a catturare, incuranti di benchè  minima volontà.

Alzando la testa , osservando al di là di una finestra spalancata, forse per via del caldo insopportabile ,mi trovai di fronte un’immagine di straordinaria quotidianità  e di semplice bellezza.

Lo so che probabilmente il primo pensiero che può passare nella mente del lettore  è  che la mia è stata una sfrontatezza, poco educata ed impertinente e forse questa può sembrare un’affermazione esatta ma  il mio gesto è stato un gesto dettato dalla buona fede e il mio atto , del tutto involontario ed innocente, non voleva essere in alcun modo offensivo , né tanto meno intendeva  violare l’intimità di quella casa e dei suoi componenti.

La verità , unica e sola, è che dinnanzi a me si mostrava un’ immagine eccezionale di vita familiare raffigurata da una bimba di circa sei o sette anni insieme ad una giovane donna dallo sguardo maturo , che presumibilmente associai alla figura di sua madre, sedute ad un tavolo intente a cenare in silenzio.

Un’ azione ,la loro  ,  comune quanto meravigliosa nella sua semplicità e nella sua genuinità, un gesto che, in quell’istante pensai, accomunasse milioni di famiglie , un gesto che, sin dalla notte dei tempi, aveva reso possibile ,  attraverso la  consuetudine del convivio , il dialogo spesso silente  tra genitori e figli e tra generazioni di popoli , culture ed epoche differenti.

Osservandole per qualche istante, con la paura di essere scoperta e di risultare ai loro occhi  per ciò stesso indiscreta, visualizzai una vera e propria opera d’arte, uno spaccato di vita all’interno di una stanza poco illuminata dalla quale proveniva un assordante silenzio.

Fu proprio questo silenzio ad impressionarmi e forse anche ad incuriosirmi.

Immediatamente questa sensazione e le emozioni da essa prodotte mi condussero  ad associare , quasi istintivamente, quell’immagine così reale ed intensa ad un’opera straordinaria di uno dei pittori viventi più grandi al mondo oltre che tra i miei preferiti in assoluto: l’opera in questione è ”Cena per due”  e il sommo autore altri non può essere che l’immenso Antonio Lòpez Garcìa.


La similitudine, per chi come me adora l’opera alla quale mi riferisco, è quasi scontata.

La presenza delle due donne, la tavola imbandita non frugale oltre che quell’ambientazione fatta di quotidianità , di semplice meraviglia, che quel silenzio sommesso rendeva  a tratti malinconica ; l’assoluta mancanza di una figura maschile che  nel dipinto, a differenza dell’episodio da me vissuto , lascia però intendere , vista la raffigurazione di un altro  piatto benchè vuoto, la presenza di un ulteriore commensale.

Stesso parallelismo riuscivo   a coglierlo in quell’istante rubato ,  nell’assenza di dialogo “parlato” tra madre e figlia; in quell’atmosfera di apparente distacco con la realtà espressa soprattutto dalla madre, assorbita dai suoi pensieri e da quella routine quotidiana fatta di abitudine e problematiche; un attimo, quello della cena, di riflessione spirituale che ella vive con introspezione , una meditazione auto esistenziale, un’ analisi interiore  riservata del tutto privata  da vivere  in silente mutismo attraverso un dialogo  introspettivo. E poi lo stesso sguardo assente e maturo della bimba, quasi anacronistico che la spinge a guardare nel vuoto o , come nel caso dell’opera, ad indirizzarlo  verso un osservatore non ben definito  e comunque distratto e disinteressato  anch’egli al richiamo d’attenzione implorato dallo sguardo, tuttavia rassegnato , della piccola commensale che preferisce continuare a consumare il suo pasto senza nulla pretendere.

Ritrovo molto di me nello sguardo della bambina , non nella madre, della “Cena per due”,  così come in quello della piccola seduta all’interno della casa al di là delle finestra, che nel frattempo si accorse della mia presenza ed interruppe la sua espressione cupa e rassegnata, rischiarando il volto con   un sorriso tenero e disarmante che mi rivolse con generosità e  al quale risposi con altrettanta partecipazione;  e così la madre, immersa nei suoi pensieri , avverte il sorriso della bimba ma non ne comprende il motivo e la esorta a continuare la sua cena mentre  si alza di scatto e scompare in un'altra stanza; riguardai la bimba ci scambiammo un ultimo sorriso, poi stavolta fui io la prima a salutarla con un lieve cenno della mano al quale la piccola  rispose di riflesso, poi mi alzai e ripresi il mio cammino.

 Mi resi conto che la bellezza di quell’istante che mi aveva ricondotto al quadro di Antonio Lòpez Garcìa  era fuggito, si era spezzato l’incantesimo… quello scatto fotografico così perfetto, immortalato dalla mia mente, era scomparso e allora compresi ancora di più la grandezza di un artista eccelso come Antonio Lòpez Garcìa , che era riuscito a cogliere e catturare in quella, come in tutte le altre sue spettacolari opere ,quello e solo quell’istante di vita vissuta rendendolo eterno ; è questo che fa “Grande” un artista, quell’istante  sottile ma immenso  che rende un’opera eccelsa ed immortale, la maestria di rendere infinito un attimo…

Minimamente scalfito dal alcuna tendenza avanguardista, e fortemente radicato alle radici più salde della pittura antica, prima tra tutte quella del 300  e del 400 italiano con Giotto e Desiderio da Settignano, Lòpez Garcìa è senza ombra di dubbio uno tra i geni incontrastati della pittura figurativa internazionale; molti sono coloro che lo definiscono il pittore realista per eccellenza , tuttavia, i suoi quadri sono pervasi da un’aura metafisica e surreale originalissima. Un mondo onirico il suo personale e minuziosamente studiato dove ad emergere non è l’inconscio ma piuttosto gli aspetti di una vita reale esaminati dettagliatamente.

Soprattutto nei sui interni i soggetti umani , cos’ come gli oggetti,  diventano figure sospese tra la realtà immanente  e quella di un mondo occulto e sconosciuto ; ed ecco come tali figure diventano piuttosto presenze immerse all’interno di un contesto   silenzioso con l’intento quasi di ripulirle da ogni sensazione umana , allontanandone ricordi e pensieri e segregandole  al limite del sensibile.

La sua pittura, straordinariamente meticolosa, virtuosa, ricercata in modo maniacale e per ciò stesso di produzione assai limitata, è un continuo indagare, un investigare costante quel mondo del mistero che non è un mistero trascendentale appartenente ad un mondo noumenico ed inconoscibile che si pone  come limite della comprensione umana,   ma piuttosto è il mistero della realtà, quella quotidiana .

Lopez Garcia da spazio ad un mondo di persone , inserendole in un luogo dove l’esistenza e quella linea sottile tra la vita e la morte si fondono e si confondono dando origine ad una nuova realtà , quella che solo l’autore riesce a raccontare  attraverso  la poesia espressa nelle sue opere.

La grandezza degli intenti dell’autore risiedono soprattutto in quella capacità  , concettualmente densa di  significati ed espressa con abilissima maestria pittorica , di esprimere il pensiero di bellezza attraverso l’umiltà dei soggetti e la semplicità degli oggetti e dei gesti più comuni e per questo stesso universali.

Lòpez Garcìa riesce con mirabile bravura a cogliere quell’attimo fuggente delle vita reale, che sia esso un paesaggio, o un interno di vita familiare, immortalandone l’eternità attraverso una ricerca e un’analisi della realtà  dove i soggetti diventano presenze, figure sospese tra  il reale e l’altrove , una realtà all’interno della quale prende forma un dialogo silente  non col mondo del subconscio bensì con un mondo di ombre.

 I due mondi si fondono e si confondono tanto che la scoperta, finale all’indagare ,spesso diventa inquietante.
 

Volendo azzardare una similitudine cinematografica , del tutto personalissima, quando osservo non solo  l’opera “Cena per due” , o  “l’apparizione” e  buona parte della produzione pittorica del Maestro, avverto le stesse sensazioni che provai quando vidi per la prima volta il film di Alejandro Amenábar: The Others.

Davvero un film ben riuscito nel suo genere, dove il mondo del reale si mischia con  quello irreale, sino al punto che si disconosce quale dei due mondi sia l’uno piuttosto che l’altro; I personaggi sono sospesi tra due realtà parallele e complementari ; il finale rivelerà  una sconcertante verità e una presa di consapevolezza che per l’intera durata della proiezione non si riesce ad intuire ma che per rispetto a chi non ha visto il film , credo pochi tuttavia dal momento che la pellicola è del 2001 ed è stato un successo d’incassi all’epoca, non rivelerò.

Sappiate solo che il maggiordomo non c’entra , anche se in parte servirà alla protagonista per arrivare alla soluzione dell’enigma finale e a districare il bandolo intricato della matassa.

Tuttavia,e il film in questione ne è la prova, anche vivendo nel mondo reale e riuscendone ad indagare il mistero attraverso la minuziosa riproduzione fedele dei suoi singoli aspetti, siano essi animati  o meno,

Nulla è quello che sembra!

E come afferma Grace Stewart, la bella quanto misteriosa madre interpretata da Nicole Kidman:

 

« Nessuna porta deve essere aperta prima che l'ultima sia stata chiusa » .

Il perché non sempre ci è concesso sapere…

martedì 12 agosto 2014

La notte di San Lorenzo... "il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me"...


Se esiste una notte pervasa da un’atmosfera magica e surreale , oltre a quella di Natale si intende bene, quella non può essere se non la notte di San Lorenzo.
Almeno per me lo è!

 Il 10 Agosto di ogni anno; ed è così da circa 30 anni , più o meno , cioè da quando  iniziai appena  a camminare,e  con i miei genitori percorrevamo lunghe passeggiate notturne che ci allontanavano  dalle luci artificiali del paese per condurci verso la campagna, con i suoi profumi intensi d’estate di erba appena recisa qualche ora prima, l’assordante coro delle rane e  quello insolente e ozioso delle cicale. Mi basta chiudere gli occhi per far riaffiorare dai meandri  della mia mente   quegli istanti , come se il tempo non fosse mai trascorso; e allora emergono  vividi quanto straordinari i ricordi della mia infanzia, come una “petite madelaine “ ; e ancora oggi un solo profumo di quelle notti  riesce a  far riaffiorare flashback del mio passato di bimba felice e spensierata.
Alla fine,  anche quest’anno , il miracolo si è ricompiuto.

Sarà stata complice una luna beffarda , oppure sarà merito dell’odore del  mare, o del fascino eterno della Magna Graecia o forse il “vento caldo dell’estate” o quello “stuzzicarello” di Rugantino che inebria  i sensi e confonde anche i più  ragionevoli e prudenti propositi .

Le percezioni diventano  musica, magia,  energia ,  come trovarsi  ad ascoltare un pezzo di Paolo Conte nel silenzio assoluto dei propri pensieri.

Nella notte dei desideri il cielo diventa elegia . Le sue stelle , che cadono come lacrime di gioia, diventano  speranze riposte, il preludio di un’alba nuova.

Le stelle diventano depositarie delle nostre attese e allora si aspetta l'arrivo del  mattino affinchè diventino consapevolezze . Ma ditemi voi , cosa sarebbe il mondo senza speranze? Cosa lo farebbe muovere se non i nostri sogni? Quali travagli  si potrebbero sopportare se non si avesse il conforto di un notte chiara e serafica illuminata solo dalle sue stelle?

Lo stesso cielo che da secoli ricopre le nostre teste e sostiene il peso delle nostre vite, lo stesso cielo spettatore di tanta crudeltà ma che ha la forza e la capacità di rischiararsi ogni volta. La notte di San Lorenzo ne è la prova, ed è a lui che noi miseri mortali rimettiamo le nostre paure ed è grazie a lui che spesso le superiamo, la stessa notte di San Lorenzo che i fratelli Taviani e quel genio indimenticato di Tonino Guerra hanno saputo tradurre in emozione e sentimento nel celebre capolavoro cinematografico omonimo; dove una delle più tristi e vergognose pagine della nostra storia trova voce attraverso le vicissitudini  commoventi e strazianti della povera gente del paese toscano immaginario  di San Martino , ma che nella realtà dei fatti  altro non è che  San Miniato , durante la fase conclusiva della seconda guerra mondiale, in piena resistenza fascista, quando le truppe tedesche , guidate dai fascisti, in balia della loro ormai esaltata follia ,sterminavano partigiani ed indigeni. Sono gli abitanti stessi che tuttavia in preda alla disperazione lottano all’estremo delle forze per la liberazione e per le loro vite, facendosi testimoni di morte e scontri sanguinosi, in uno scenario paesaggistico superbo.

La notte delle loro angosce verrà poi ripagata da un’alba di speranza : quella dell’arrivo degli alleati.

Ed ecco che il tetto di stelle fa da sfondo alla nostra labile esistenza , ci riconduce alla vita e preserva per il genere umano un dono ormai troppo obsoleto , sostituito spesso dalla superficialità e dalla frenesia : lo stupore.

Quello stesso stupore che  prende per mano e conduce verso mondi sconosciuti ed inesplorati, che permette di guardare ancora con gli occhi innocenti  di un bambino e di sentire con cuore puro; quella inebriante sensazione di piacevole stordimento che disorienta  e rapisce i sensi.

Le volte celesti che da millenni hanno affascinato le diverse civiltà e che ritroviamo spesso presenti nelle grandi opere d’arte, e questa volta non mi riferisco soltanto alla pittura, sebbene molti sono i capolavori che hanno toccato questo tema: come dimenticare la ormai conosciutissima “Notte stellata” di Van Gogh, che tra l’altro non è nemmeno l’unica opera dipinta dall’artista olandese ad avere cieli stellati  come soggetto principale  ,  dove le stelle vengono raffigurate dall’autore come vortici energetici di straordinaria potenza espressiva oltre che cromatica, o l’icaro in volo di Matisse circondato da asimmetrici corpi celesti  e poi ancora quelle di Mirò e di Picasso e ancora quelle attese ed immaginate al crepuscolo nell L’impero della luce” di Magritte; ma  queste sono  solo alcune tra le più famose opere dell’arte che hanno trovato spunto nelle stelle.

Anche nel campo della scultura come non rinvenire nelle opere straordinarie di Gianfranco Meggiato il richiamo  agli astri.

“La sfera enigma”, una sfera bronzea metaforicamente rappresentativa dell’anima umana, della sua intima ricerca interiore, l’aspirazione all’assoluto attraverso una ricerca introspettiva ed esistenziale che indaga il senso stesso della vita ; la spiritualità umana  contenuta da un groviglio in acciaio,  che prende la forma contorta ed appuntita di un’enorme stella, una stella vorticosa e tortuosa simbolicamente rappresentativa della labile e spesso travagliata condizione umana che è al contempo croce e delizia, sconfitta ed opportunità, perché sono sempre le  sofferenze e le difficoltà a condurci verso il cambiamento e la rinascita.

Un’opera monumentale di dimensioni gigantesche che assurgono  Meggiato definitivamente nell’olimpo dei grandi scultori di fama mondiale oltre che storica.

Tuttavia in questa occasione mi voglio soffermare su un'altra tecnica espressiva ,antica quanto raffinata,di inestimabile valore che ha visto i suoi albori sin dalle pre -civiltà primitive che ancestralmente  ne facevano uso   e che ha rappresentato, nel corso dei millenni,  gran parte della tradizione pittorica dell’arte figurativa  per importanza e difficoltà : sto parlando ovviamente  dell’affresco.

Nel caso specifico mi riferisco a quel capolavoro indiscusso del trecento italiano , ma che per importanza è diventato ormai patrimonio universale: La Cappella degli Scrovegni.
 

Una volta celeste di straordinaria bellezza , affrescata da Giotto con superba maestria nella sua fase di massima maturità , custodita nella città di Padova.

Eretta su navata unica e con la volta a botte, la cappella degli Scrovegni, conosciuta anche come cappella dell’Arena,  è dipinta nel  color blu oltremare ricavato con abilità pittorica e nella tipica tradizione dell’affresco dalla polvere costosissima della pietra di  lapislazzuli ed azzurrite. Uno tra i colori simbolo della cultura dell’affresco che viene ad essere associato alla sapienza e alla superiorità assoluta della divinità .

Le stelle, raffigurate sulla volta, sono appositamente dipinte ad 8 punte per rappresentare allegoricamente i Santi.

Ma il “tetto stellato”della Cappella degli Scrovegni non è l’unico capolavoro dell’arte a stupire l’osservatore , per la meravigliosa emozione che riesce a trasmettere.

Personalmente ricordo ancora molto bene  il brivido che mi pervase lungo la schiena quando, all’età di 13 anni, visitai per la prima volta il Duomo di San Gimignano, fu allora che capii come Franco Zeffirelli scelse proprio quest’incantevole città per girare alcune scene memorabili di uno tra i suoi film più belli : “Un the con Mussolini” , e compresi  perché la simpatica lady inglese, amante degli affreschi e delle opere del Ghirlandaio, si battè come una tigre per difendere la città , i suoi tesori architettonici e pittorici e le sue preziose torri dai bombardamenti nemici durante il secondo conflitto bellico. Mi immedesimai proprio in ricordo della mia visita a quell’angolo della toscana toccato dalla supremazia divina.
L'interno del duomo presenta  le decorazioni policromatiche tipiche delle chiese medievali e la straordinaria  volta a crociera dipinta di blu oltremare.
Diverse sono ancora le volte che raffigurano il cielo costellato di stelle.
Sempre nell’incantevole scenario toscano non può non citarsi la cattedrale metropolitana di Santa Maria Assunta di Siena ; la cupola interna raffigura decorazioni con cassettoni a fondo blu e stelle in rame dorato; spostandosi ad Assisi come non ricordare le grandiose volte a crociera cosparse di stelle,  che sostengono la Basilica superiore di San Francesco.

Ancora numerose sarebbero le testimonianze in merito , tuttavia in ultimo, ma non certo  meno importante, come tralasciare la spettacolare volta stellata del capolavoro di arte bizantina rappresentato dal Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna ?

Eletto patrimonio dell’umanità dall’UNESCO , il Mausoleo di Galla Placidia  è sormontata dalla scenografica cupola in mosaIco composta da circa 600 stelle ,ripartite con traiettoria concentrica,  di diverse dimensioni e distribuite su un cielo notturno a  sfondo blu e che con andamento decrescente ,partendo dal centro, danno un’illusione spaziale proiettata all’infinito.

La croce che domina la cupola, avvolta dal manto di stelle, ha la testa verso occidente e la parte inferiore  verso oriente; per cui metaforicamente  la croce  intende rappresentare il percorso di cristianizzazione, che tramite gli insegnamenti del Cristo parte  da oriente per giungere ad occidente.
Ecco come anche in questa occasione l'arte ci aiuta a comprendere alcune aspirazioni umane ; di come l'uomo , sin dalla sua comparsa, abbia sempre vissuto intensamente il rapporta tra terra e cielo, di come abbia dovuto spesso abbandonare la materialità del primo per cercare di aspirare a raggiungere il secondo e di quanto fragile e precaria sia la nostra condizione. 
Da qualunque prospettiva lo guardi il cielo è sempre la risposta!

Ce lo insegna l’arte, ce lo insegna la musica, ce lo insegnano i nostri avi e soprattutto ce lo insegna il nostro spirito.

Confucio affermava : “Il Cielo non ha parenti; tratta egualmente tutti gli uomini” .

Ed è vero!

Il cielo , le sue stelle, sono lì per tutti , sono i sogni di tutti, sono le nostre paure e le nostre speranze. Sono  lì per essere guardate indistintamente da tutti! Dagli occhi di un bambino occidentale e da quelli di un bambino del medio oriente che ripone nel loro cadere la speranza di un futuro di pace e  che , nonostante tutto,riesce a distinguere ancora la loro scia luminosa  da quella lasciata dai bombardamenti.

Il cielo non si trova né sopra né sotto, né a destra né a sinistra; il cielo è esattamente nel centro del petto dell'uomo che ha fede! Sono queste le parole di un grande della pittura :Salvador Dalì.

Lo stesso concetto, pienamente da me condiviso, è espresso ,da un punto di vista più squisitamente filosofico ,da quello kantiano contenuto nella “critica della ragion pratica” . Un concetto profondo che prescinde da qualunque professione di culto  a conferma di come il senso etico nulla ha a che vedere con quello religioso, qualunque esso sia.

Il senso etico , trova in questo caso, coincidenza con quello estetico; ciò che riusciamo a vedere è ciò che riusciamo a sentire.

Ed ecco come "il tutto" rivela il suo valore per assumerne un reale significato : “Il cielo stellato sopra di me,  e la legge morale dentro di me”.

 

Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e piú a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza. La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata. La seconda comincia dal mio io indivisibile, dalla mia personalità, e mi rappresenta in un mondo che ha la vera infinitezza, ma che solo l’intelletto può penetrare, e con cui (ma perciò anche in pari tempo con tutti quei mondi visibili) io mi riconosco in una connessione non, come là, semplicemente accidentale, ma universale e necessaria. Il primo spettacolo di una quantità innumerevole di mondi annulla affatto la mia importanza di creatura animale che deve restituire al pianeta (un semplice punto nell’Universo) la materia della quale si formò, dopo essere stata provvista per breve tempo (e non si sa come) della forza vitale. Il secondo, invece, eleva infinitamente il mio valore, come [valore] di una intelligenza, mediante la mia personalità in cui la legge morale mi manifesta una vita indipendente dall’animalità e anche dall’intero mondo sensibile, almeno per quanto si può riferire dalla determinazione conforme ai fini della mia esistenza mediante questa legge: la quale determinazione non è ristretta alle condizioni e ai limiti di questa vita, ma si estende all’infinito.