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domenica 31 agosto 2014

Dai diamanti non nasce niente....


 

È strano come la vita spesso ci conduca  in luoghi che inevitabilmente segnano la nostra esistenza  contribuendo a confermare  ed accrescere  sempre con maggior vigore alcune certezze , seppur tuttavia del tutto personali.


 Qualche anno fa ebbi la fortuna di visitare una mostra tenutasi a Palazzo Strozzi a Firenze sull’arte italiana oltre il fascismo. Una mostra a mio avviso molto interessante e ben curata  che raccoglieva una serie di capolavori dell’eccellenza della pittura italiana del Novecento.


Era il mese di Dicembre , esattamente i giorni che precedevano le festività del Natale. Lo ricordo bene perché Firenze aveva assunto un’atmosfera  magica che la rendeva ancora più straordinariamente bella.


Mentre il mio solito trasporto aveva preso  il suo immancabile sopravvento su di me conducendomi in una sorta di quella che coloro che hanno imparato a conoscermi sono soliti definire “trance da opera d’arte”,alludendo allo stato di grazia in cui ricado inevitabilmente quando mi trovo davanti  a capolavori di tale preziosità ,e ancora avvolta com’ero in quell’aura di sogno e mistero che la  “Donna al caffè” di Antonio Donghi era riuscita a ricreare, mi trovai a spostarmi verso il quadro successivo.


Il quadro in questione, che avevo già individuato in attesa di poterlo ammirare da vicino, riguardava  un’ opera di Ottone Rosai: “I muratori”.

 

Dinanzi a me si trovava una donna sulla cinquantina dall’aspetto molto curato ,insieme al suo accompagnatore  e ad un’altra coppia di mezza età, che a dire il vero erano totalmente sottomessi dalle sue logorroiche disquisizioni, nelle quali a fatica riuscivano ad inserirsi.


Abbigliamento elegante e ricercato , scarpe rigorosamente tacco dodici accuratamente abbinate  alla borsa di marca prestigiosa , gioielli importanti, ECCESSIVAMENTE  importanti. Tutti dettagli che a una donna non sfuggono di certo!


Si trattenne a lungo davanti all’opera sfoggiando una cultura artistica alquanto opinabile dal momento che nelle sue elucubrazioni, articolate da una gestualità irritante ,definì    la prospettiva aerea ,con assoluta convinzione, “quella ripresa dall’alto”utilizzando le sue testuali parole. Come se un pittore si servisse abitudinariamente del paracadute per dipingere... In quell’attimo, pur ascoltando il loro discorso o presunto tale, preferì non intervenire cercando di mantenere un contegno educato e discreto, tuttavia non fui capace di  evitare di immaginare   quale invece sarebbe stato l’atteggiamento di Leonardo da Vinci se fosse stato lì  al posto mio ad ascoltare certe affermazioni e non nascondo che un sorriso non riuscì a trattenerlo.


Nel frattempo la coda si allungava e i visitatori cominciarono a diventare impazienti , me compresa, sentendo che l’ enormità di sciocchezze continuava a crescere; lasciai correre… il mondo è bello perché è vario e la madre degli imbecilli è sempre gravida…mi ripetei..  e poi perché intervenire? Semmai il problema era suo non certo di chi ascoltava, e  dal canto mio non ero , come di fatto non sono, nessuno per rinsavire una Signora borghese dalle sue convinzioni così talmente ben strutturate.


Tuttavia all’ennesima affermazione, accompagnata da accento blasonato in perfetto stile contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare , “ un quadro così sarebbe in grado di farlo  mio figlio di 10 anni , anche meglio “rivolta col solito sprezzante  disgusto all’opera del Rosai , non riuscii più a trattenere la mia solita aplomb diplomatica e ben educata. Tutto ha un limite! E così infransi le sue belle sicurezze infiocchettate con un sonoro “Magari  Signora! Se fosse vero significherebbe che, ringraziando il cielo, la prospettiva aerea non l’ha certa imparata da lei”.


La Signora mi guardò stranita e penso che ancora oggi si starà chiedendo cosa intendessi con quell’affermazione; ciò nonostante , seppur stizzita, continuò ad argomentarmi le sue considerazioni circa l’assoluta incapacità tecnica del Rosai  che dipingeva volti e corpi senza la bencchè minima conoscenza dei dettami  anatomici e che per questo la sua pittura era infantile e limitata.


Per mia fortuna e soprattutto del mio equilibrio interiore,  il sopraggiungere di un numero sempre più crescente di visitatori fecero allontanare , seppur forzatamente, la Signora “grandi firme” che suppongo continuò ad ostentare le sue conoscenze altrove e verso nuovi malcapitati.


Io tuttavia,non badai oltre alle sue parole ,pensando di sottrarre ulteriore tempo prezioso alla mostra e a quell’opera del Rosai che credetemi di “infantile” e “limitato” non aveva nulla..


Era  “semplicemente” splendida!


Mai come in quell’occasione compresi fino in fondo la grandezza di Ottone Rosai.


La sua capacità di entrare nella semplicità della gente, nel degrado bieco , nella povertà dignitosa, nella fame, nella  disperazione , nell’umanità.


L’abilità poetica ed introspettiva di saper guardare dentro al senso delle cose e delle persone con una sensibilità eccezionale,  la stessa abilità che gli fu trasferita  dal Masaccio e da Giotto e la stessa abilità che lui trasferì  a Francis Bacon .


È la sua, l’esperienza   di un grande del Novecento che in un periodo storico complesso, impegnato a propagandare una società perfetta ed immacolata e la figura dell’uomo virile,  eroe, vincitore , era riuscito ad imporre, attraverso la sua pittura, la visione degli “ultimi” , dei disadattati , dei “perdenti”; le sue raffigurazioni erano quelle di una Firenze scomoda, popolata dalla miseria e dalla delinquenza, spesso obbligata dalla circostanza;  era la sua una missione ,quasi a voler denunciare quel meschino moralismo borghese ,lo stesso  che a distanza di anni ancora lo condannava  attraverso gli occhi di chi, osservava un suo quadro, nel suo bel cappotto di cashmere, con la saccenza indisponente  di chi è certa di contenere   la verità assoluta in seno .


La stessa sciocca  superficialità ed accecante presunzione  che non era riuscita a spingere  al di là del proprio naso una facoltosa signora "perbene", che si era limitata a soffermarsi soltanto  sulle forme tozze delle figure senza indagare la grandezza del messaggio  lanciato dall’autore; quel messaggio che a ben vedere si nascondeva anche in quelle linee volutamente goffe dei muratori impolverati , stanchi di un lavoro duro, sfruttato  e sottopagato ma che ciò nonostante  li elevava dignitosamente ad esseri umani,  e che si celava non di meno in quelle espressioni dei volti,  rigide, immobili, assenti  ,proprie di coloro che lottano quotidianamente per conservare la  speranza, l'unica a dare un senso al loro cammino travagliato,  pur tuttavia perseverando  nella loro "signorile" rettitudine .


I personaggi rappresentati dal Rosai erano gli antieroi per eccellenza, quelli che la società perbenista e benpensante credeva bene di nascondere, la parte scomoda e dimenticata, quella lasciata al loro destino. Le sue opere erano gli scatti di vita che egli stesso aveva cercato ai margini della società e che aveva dipinto nella sua mente e nel suo cuore  ancor prima  che nelle sue tele.


Ottone Rosai mantiene in vita , attraverso la sua poetica pittorica, quella parte più autentica della Firenze, e non solo, di quegl’anni.

Quel giorno, uscendo dalla mostra all'interno di Palazzo Strozzi, decisi di proseguire la giornata in Via San Leonardo che ospitò la casa/ studio dell'artista, visitare i luoghi che lo avevano accolto e probabilmente in taluni casi anche ispirato;  un segno  doveroso  di rispetto verso un artista di grande sensibilità umana e verso un uomo osteggiato da una vita complicata di dolori e discriminazioni. Un uomo che aveva visto andare in frantumi i propri ideali intellettuali giovanili nei quali aveva riposto la sua fiducia e  che nel tempo si rivelarono la sua peggiore arma di sofferenza e di persecuzione.

A volte mi capita di riconoscere quelle espressioni dei volti e quelle stesse vite ai margini  della società  quando ascolto le canzoni di un grande ed indimenticato  poeta contemporaneo che amo in modo particolare : Fabrizio De Andrè .


Il parallelismo   con i quadri di Ottone Rosai nasce in me in  modo  del tutto naturale :la stessa poesia,la stessa sensibilità, lo stesso indagare mondi spesso taciuti dal conformismo sociale , la stessa condanna verso la superiorità borghese ,lo stesso eterno conflitto  di classe  tra ricchezza  e povertà, tra sopraffazione e dignità; quella lotta  tra avere ed essere, la tracotante certezza che più si ha e più si è e l’assurda convinzione di come  il primo possa compensare la mancanza del secondo.


Nell’esprimere tutta la “genuinità “ della povera gente attraverso le loro angosce  e i loro travagli quotidiani, e spesso anche  attraverso le pesanti discriminazioni subite sulla sua persona  a causa delle dolorose e tormentate scelte di vita,questo Rosai lo aveva capito bene.


È questa la vera essenza dei suoi capolavori!


Nascono da un mondo emarginato  ,  non compreso e per ciò stesso taciuto, occultato e spesso giudicato con molta, troppa facilità, anche perchè il giudizio è in aluni casi assai più semplice e forse più comodo di una presa di consapevolezza che il più delle  volte conduce ad un esame di coscenza forzato che ci  fa troppa paura; un mondo fatto di umiliazioni, di sofferenza, di sacrifici, di soprusi, di povertà, di dignità.


“Dai diamanti non nasce niente , dal letame nascono i fior” .


Non vi è forse  celata ,in questa frase di De Andrè, tutta la poetica di Ottone Rosai?


Solo chi conosce la sofferenza sa riconoscere la speranza e dalla speranza tutto può rinascere!


 

 

 

 

 

 

 

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