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venerdì 1 agosto 2014

Ricomincio da tre! Anzi da quattro: Affetti-Arte- Jazz - Cinema.

 
Spesso mi trovo a riflettere sull’oscura selva dell’esistenza , sul senso delle cose e allora mi capita di soffermarmi a lungo sul mio indagare, cercando di dare una spiegazione all’incapacità umana che tuttavia si ostina  a volerne cogliere  il valore in sè e per sè; pur con tutti gli  sforzi  e gli accanimenti caparbi e presuntuosi della mia cosciente incompletezza mi illudo di giungere ad una risposta che esaudisca le mie innumerevoli domande; ma il mio non è che un viaggio introspettivo ingannevole  di sola partenza e i miei non sono che interrogativi retorici destinati a non trovare soluzione nel mondo fenomenico.
Superata la fase iniziale di sconfitta  mi arrendo alla  rassegnata consapevolezza della mia imperfezione umana , alla mia unica possibilità di restare nel mondo reale dell’apparenza e non dell’essenza, cercando di salvare almeno quel poco che rende la mia esistenza degna di essere vissuta, di quelle rare ma importanti ed irrinunciabili  certezze che riempiono la mia vita;Ed allora comprendo come il mio cadere e la capacità di rialzarmi ogni volta, sono legate indissolubilmente  ad esse e senza le quali non sarei in grado di procedere il mio cammino.
 Quelle certezze reali e tangibili che concretamente danno senso al mio esistere senza presunzioni logiche di volerne cogliere la vera essenza.
Ed allora , ogni qual volta mi trovo ad un bivio della mia vita, abbandono le mie contorte elucubrazioni mentali per lasciar posto a quelle più spicciole ma filosoficamente altrettanto efficaci  indicateci dal grande e  compianto  attore partenopeo Massimo Troisi che col suo  “Ricomincio da tre” compendia egregiamente le più intricate teorie contenute nei testi filosofici .
Perché la sua è una teoria saggia : perché ricominciare da zero se nella vita si è certi di poter salvare almeno tre cose importanti di cui non doversene pentire, anzi di amarle a tal punto da difenderle con le unghie e con i denti?
Bene! Anche per me è lo stesso anche se per meglio dire io ricomincio sempre da quattro: Affetti, Arte, Jazz, Cinema .Ebbene si! Sono queste le quattro certezze della mia vita.
Gli affetti ovviamente hanno la priorità assoluta su tutto e su tutti e quando parlo di essi intendo si la mia famiglia che è per me l’ unica e sola ancora di salvezza, ma parlo anche degli amori, quando ci sono ,  e degli amici , pochi per dir il vero, ma buoni, nel senso vero e profondo del termine; di quelli che ci sono sempre e comunque al di là di ogni spazio e di ogni distanza.
Ad onor del vero  basterebbero anche solo gli affetti per continuare ad andare avanti in questa selva oscura e misteriosa che chiamiamo vita ma sono certa che non potrei andare molto lontana senza le altre tre compagne.
Tuttavia credo di aver divagato abbastanza sul tema  principale e di questo me ne scuso. A mia giustificazione o discolpa come meglio credete,  solo il fatto di come a volte la bellezza, quella pura, immensa, eterna,  totalizzante, possa nascere da un connubio  sinergico e di come, almeno per me , arte, jazz e cinema  siano riuscite nel tempo a completarsi e fondersi vicendevolmente .
 
Pensiamo a Giorgio Morandi, uno tra i più grandi ed indiscussi Maestri dell’arte mondiale in assoluto e per il quale tra l’altro quest’anno ricorre il 50° anniversario dalla sua scomparsa.
Nel 1959 due delle sue opere , per l’esattezza due nature morte, vengono inserite consapevolmente  sullo sfondo di altrettante  scene cardine del grandissimo capolavoro felliniano “La dolce vita”.
Le scene vengono girate all’interno della casa di Steiner, l’intellettuale omicida/suicida , il quale converserà  con Marcello Mastroianni ,che interpreta il personaggio del reporter Marcello Rubini, proprio davanti alla tela di Morandi raffigurante una splendida natura morta di bicchieri , brocche e bottiglie.
Il loro sarà un dialogo, illuminato quanto profondo, sull’esistenza umana, a tratti euforico e per altro verso deprimente , la visione umana nella continua lotta tra bene e male, tra ordine e disordine, tra apollineo e dionisiaco e  che conduce al decadimento dei valori  e alla condanna delle vanità.
La centralità estetica dell’opera morandiana diventa capolavoro esistenziale per il messaggio contenuto in essa così come  la vita stessa diventa capolavoro; le bottiglie, oggetti apparentemente inanimati di Morandi diventano essi stessi protagonisti del dialogo,  soggetti allegorici  con le loro solitudini esistenziali e le loro vanità autodistruttive.
Altra opera di Morandi sarà presente all’interno di un altro grandissimo capolavoro del cinema italiano : “La Notte” di Michelangelo Antonioni.
Grande estimatore d’arte Antonioni utilizza la pittura in molti dei suoi film. Al’interno del film “La Notte” il regista non inserisce solo opere di Morandi ma anche di Sironi, tutti capolavori appesi alle pareti di casa del protagonista interpretato da Marcello Mastroianni. In diverse pellicole il regista avvicina la pittura alla cinematografia e lo fa utilizzando i  più grandi maestri dell’arte contemporanea  da Morandi a  De chirico, utilizzandone un’ambientazione scenografica brumosa tipica emiliana che ben si avvicina a quella metafisica, sognante, irreale,rarefatta e silenziosa; da Burri a Vedova, così come per  la poetica del vuoto esistenziale presente in Pollock. I suoi connubi diventano un dialogo narrante e narrativo ,estetico e figurativo, che unisce mondi diversi ed affini. E la poetica espressa dagli artisti all’interno dei loro capolavori viene narrata e trasformata    in sensazioni , espressioni,emozioni e stati d’animo all’interno dei suoi film.
La pittura diventa un mezzo di riflessione oltre che metafora.
Altra grande passione della mia vita: il jazz.
Lo ascolterei per ore ed ore  e questa è una passione che avevo sin da piccola quando gli altri bimbi ascoltavano le sigle dei cartoni animati e io restavo chiusa in casa ad ascoltare i dischi di Louis Armstrong, Sidney Bechet ed Ella Fitzgerald insieme a mia sorella; poi arrivarono i tempi di Miles Davis e John Coltrane
e il loro jazz modale". Credo di aver ascoltato l’album Kind of Blue centinaia di migliaia di volte e ognuna di esse è un’esperienza sempre nuova. E’ questo il vero miracolo del jazz, quando ti prende ti entra dentro ,nelle vene, e difficilmente se ne guarisce; esattamente come l’arte, quel sacro fuoco che ti brucia dentro , si impossessa di te, ti possiede completamente.
Lo sa bene Jackson Pollock che  era solito ascoltare musica jazz mentre lavorava; e dal jazz , da quei suoni poliritmici, spesso improvvisati e sol per questo straordinari, traeva l’energia e l’ispirazione riportando sulle sue tele tutte le percezioni sensoriali che la musica riusciva a trasmetterle. Era in questo modo che nascevano le sue opere: l’esperienza musicale si traduceva in opera d’arte.
L’action painting , cioè l’atto di produrre l’opera diventa l’opera stessa. Forse non per caso una delle sue opere più famose è stata scelta come manifesto nella copertina di “Free jazz” di Ornette Coleman.

Capita solo a me di ascoltare un brano di Miles Davis di chiudere gli occhi  e rivedere le stesse atmosfere irreali di de Chirico e riprovare le stesse sensazioni vissute nelle visioni surreali di Magritte? O alla stesso modo guardare un opera di Fontana e ritrovare negli stessi tagli  decisi la stessa forza di spaccare gli schemi tradizionali con la musica del passato? Non ha forse il jazz oltrepassato quella barriera  di spazialità allo stesso modo che l’arte di Fontana ha osato fare con i suoi tagli netti e decisi ponendo in intercomunicazione mondi diversi?
Non si ascolta un pezzo jazz osservando un “papiers découpés “ di Matisse? Il colore non diventa forse musica? Nelle sue opere l’improvvisazione ritmica e cromatica e facilmente accostabile alla stessa presente nei brani Jazz dove la  ripetizione ritmica viene interrotta da un’azione imprevista ed improvvisata.
Attraverso l’arte l’occhio impara a sentire così come nella musica l’orecchio impara a guardare!
Nella vita si può  sempre ricominciare , o almeno riprovarci! cadere, rialzarsi, ricadere e rialzarsi nuovamente ma non si può ripartire da zero perché ci sono forse poche ma importanti certezze che hanno costruito la nostra esperienza e che hanno contribuito a farci diventare ciò che siamo , nel bene e nel male.
Io vivo su una fune, in bilico, tra essere e dover essere, tra ciò che appare e ciò che è, un funambulo maldestro che vacilla ma come diceva Michael de Montaigne “ Non tutto quello che vacilla cade”.
IO RICOMINCIO DA QUATTRO!

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